Blue economy: Roma leader, ma progetti e risorse scarseggiano

Il rapporto di Unioncamere e del Centro studi Tagliacarne sull’economia del mare evidenzia la mancanza di  politiche di indirizzo, in particolare per la cantieristica

Se la blue economy globale fosse paragonata a un’economia nazionale, sarebbe la settima più grande al mondo e avrebbe un posto al tavolo del G7. Comprende attività e settori connessi ai mari e alle coste, garantisce un’intera rete di interazioni economiche e sociali. È un segmento molto ampio, una filiera lunga, che nell’ultimo decennio ha realizzato misure significative in direzione della modernizzazione e della diversificazione.

Questa descrizione è ancor più vera per un paese come l’Italia con i suoi 8mila chilometri di coste al centro del Mediterraneo, la sua storia profondamente legata agli scambi e ai commerci via mare. E tuttavia non ha l’attenzione che merita, non solo in termini di spessore economico, sociale e culturale, anche per il contributo straordinario che può garantire in termini di innovazione e sostenibilità nell’ambito degli orientamenti del Green Deal europeo per trasformare la nostra economia, renderla più efficiente, più competitiva e più equa.

23.000 imprese  per alloggio, ristorazione e attività  ricreative

L’ultima edizione del Rapporto sull’economia del mare realizzato da Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne evidenzia la crescente importanza delle attività legate al mare in termini economici. Ma dalla lettura del VI Rapporto sull’Economia del Mare del Lazio emergono alcune indicazioni sorprendenti, come il valore aggiunto dell’economia del mare che nel 2020 nonostante la pandemia ha superato i 51 miliardi. Non solo, 1 euro di valore aggiunto ne attiva altri 1,7 con un totale di oltre 84miliardi pari a quasi il 10% del valore aggiunto dell’economia italiana.

Analizzando i dati a livello territoriale emerge che Roma conquista il primato nazionale con 7,5 miliardi di valore aggiunto, seguita da Genova con 4,6 miliardi e poi Milano e Napoli con poco più di 3 miliardi. La Capitale dunque è di gran lunga il principale polo italiano nell’economia del mare. In totale sono oltre 224mila imprese attive nei vari comparti: filiera del turismo, movimentazione passeggeri e merci, cantieristica e filiera ittica.

Nel turismo (alloggio, ristorazione e attività ricreative), Roma si piazza al primo posto con oltre 23mila imprese, quasi il doppio rispetto a Napoli in seconda posizione. Al secondo posto nella cantieristica con 2.315 imprese attive, appena 70 in meno rispetto al capoluogo campano. Roma sul podio anche nella movimentazione merci e passeggeri con oltre 1.100 imprese e al quarto posto nella filiera ittica con oltre 2mila aziende attive. La provincia di Roma da sola racchiude quindi il 14,6% della ricchezza prodotta complessivamente dalla Blue economy ed il 14,4% degli occupati.

Nei progetti Pnrr del Comune e della Regione non ci sono interventi dedicati 

A dare più spessore a questi numeri è anche il trend degli ultimi anni. Il numero di imprese della blue economy tra il 2019 e il 2021 è aumentato di 6mila unità, pari al +2,8%, mentre il totale dell’economia ha accusato una contrazione di 24.500 imprese.

Se nel complesso l’economia del mare non attira la giusta attenzione.  Nei piani elaborati da Regione Lazio e Comune di Roma nell’ambito del Pnrr non ci sono interventi dedicati, salvo quelli a carattere nazionale.

La diffusione capillare di imprese della cantieristica nella provincia di Roma non trova riscontro in adeguate politiche di indirizzo. Nella classifica dell’export Roma non compare nelle prime 10 posizioni. Scontata la leadership di Trieste grazie alla presenza di Fincantieri, ma che Piacenza e Forlì-Cesena registrano volumi di export superiori a Roma deve far riflettere. La cantieristica è diventata un fiore all’occhiello del Made in Italy, come indica il trend degli ultimi 10 anni. Il valore dell’export è passato da 3,6 a 6,6 miliardi con un saldo positivo in costante crescita da 1,3 a oltre 4 miliardi l’anno.

Manca un efficiente collegamento fra i Porti e il tessuto economico

Discorso analogo anche nella filiera ittica. Le oltre 2mila imprese non consentono alla Capitale di comparire tra le prime 10 province per volumi all’esportazione in triste compagnia con Napoli a fronte di quasi 3mila imprese attive.

Altra criticità è rappresentata dalla scarsa coerenza del sistema a rete. Ad esempio i porti di Roma e della regione rappresentano un importante elemento di crescita per l’economia del Lazio ma risultano totalmente scollegati rispetto al tessuto economico regionale. Non mancano i buoni propositi. La Regione Lazio è una delle prime in Italia ad essersi dotata di una legge per valorizzare attività e risorse legate al mare prevedendo interventi per la promozione della formazione, dell’occupazione e dello sviluppo della Blue Economy. La Giunta ha stanziato anche 1,6 milioni di euro per il biennio 2022-2023 per gli investimenti innovativi delle imprese dell’economia del mare, creazione di imprese giovanili e per un coordinamento tra le università del Lazio. Molti obiettivi, grandi ambizioni, ma risorse scarse e ancor meno progetti.

 

 

 

 

 

 

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