Bonus, una passione  perversa di governi ingordi di consenso  

Con 400 capitoli di spesa siamo un unicum in Europa dove la Germania eroga 500 miliardi per soli 26 capitoli. Il lavoro dipendente è di fatto il finanziatore dei tanti incentivi utilizzabili anche dall’esercito degli evasori 

In poco più di un anno sono state varate l’equivalente di sei leggi di bilancio per contrastare la catastrofe economica provocata dalla pandemia. E quando vengono spesi oltre 160 miliardi di nuovo debito pubblico la percezione delle cifre cambia, anche i 3 miliardi per l’Alitalia sembrano pochi spiccioli.

E tuttavia c’è un filo conduttore nelle manovre economiche anti-Covid che rinnova l’ormai storica passione della politica verso i bonus. Di qualsiasi genere. Dal decreto Cura Italia all’ultimo sostegni bis è il trionfo del bonus, specialmente se di piccola taglia. In totale oltre 400 nuovi capitoli di spesa che vanno a sommarsi a una trentina di nuove voci fiscali che rendono il nostro sistema pubblico molto simile a un puzzle ad elevata difficoltà.

Un centinaio dei nuovi capitoli di spesa muovono meno di 10 milioni di euro, quasi 200 non arrivano a 100 milioni. Un rapido confronto con altri paesi fa emergere l’anomalia dell’Italia che continua a prediligere la polverizzazione dell’intervento pubblico invece di una visione organica di medio e lungo termine. La Germania ha erogato oltre 500 miliardi di euro con appena 26 capitoli di spesa, gli Stati Uniti a guida Trump hanno stanziato 2mila miliardi di dollari di sostegni mirati a redditi sotto i 75mila dollari e imprese fino a 500 dipendenti.

Bonus e incentivi regola principe della nostra spesa pubblica 

Bonus e incentivi possono avere effetti positivi in termini di stimolo alla domanda per determinati beni e servizi ma quando diventano la regola principe della spesa pubblica il rischio della confusione è assai alto.

Inoltre i bonus non prevedono criteri identici. Alcuni sono legati al reddito ISEE, altri sono universali senza limiti di reddito. Difficile spiegare perché il bonus vacanze prevede un limite di reddito mentre il bonus terme è fruibile anche dai milionari. Discorso simile per il bonus TV che non prevede tetti di reddito mentre quello per gli smartphone può essere chiesto da famiglie con imponibile inferiore a 20mila euro.

Poi ci sono i bonus per i benestanti come l’auto elettrica. Le famiglie a reddito medio-basso non acquistano utilitarie che costano quasi 30mila euro. Anche per biciclette e monopattini il bonus prescinde dal reddito, così come l’incentivo fino a mille euro per cambiare per acquistare rubinetti e docce per il risparmio idrico, mentre il bonus occhiali (fino a 50 euro) è riservato soltanto a redditi ISEE sotto i 10mila euro.

L’unico vero bonus rilevante è quello per la riqualificazione energetica degli edifici residenziali, denominato Superbonus 110% sul quale sono stati stanziati oltre 18 miliardi di euro. Anche questo tuttavia presenta crepe vistose riguardo all’efficacia per la riduzione delle emissioni. L’incentivo infatti si estende anche alle seconde case (notoriamente con bassi consumi) mentre esclude edifici molto più energivori come alberghi e immobili strumentali (i cosiddetti capannoni).

Dodici miliardi di microincentivi con logiche disparate 

Se una approfondita analisi costi/benefici non è stata realizzata per il Superbonus come si può pretendere che si faccia per micro incentivi da alcuni milioni di euro? La sensazione è che l’incentivo sia molto funzionale al facile consenso in quanto trattasi di misura semplice e di immediata realizzazione mentre sarebbe assai più complesso ridisegnare il sistema di incentivi e ancor di più il quadro di sostegno alle famiglie a basso reddito. Intanto i vari bonus minori comportano una spesa di oltre 12 miliardi l’anno e con le logiche più disparate.

Ad esempio gli incentivi auto stimolano un settore importante dell’economia italiana come l’automotive, ma il bonus tv ha zero impatto sul sistema produttivo italiano e ne possono beneficiare anche i redditi elevati, come per le terme. Quale beneficio produce il monopattino elettrico in termini economici e ambientali? Non sarebbe preferibile che la riduzione delle emissioni dei trasporti partisse incentivando la rottamazione dei mezzi più inquinanti (un Tir Euro produce fino a 150 tonnellate l’anno di CO2 rispetto alla tonnellata di una utilitaria)?

La pandemia ha amplificato la portata delle politiche passive rendendo ancor più complicato il bisogno di un ridisegno che deve puntare a mirare l’elargizione di bonus alla reale esigenza dei percettori. Invece è stata imboccata la strada opposta con molti incentivi rimodulati a ogni nuovo decreto. L’unica certezza è il costo elevato che pesa e aggrava i conti pubblici mentre il vero rischio è che il lavoro dipendente (a qualsiasi livello di reddito) sia il finanziatore netto del circo Barnum dei microbonus e l’esercito degli evasori il grande beneficiario.

 

 

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