Concorrenza: le polemiche sui balneari un alibi per Paese allergico all’apertura dei mercati

L’insidioso conflitto di interessi in capo allo Stato, Regioni e Comuni troppo spesso arbitri e giocatori

Leggendo le cronache politiche delle ultime settimane, l’Italia si presenta come l’Eden della concorrenza agli occhi dei più fanatici sostenitori del libero mercato, da Adam Smith a Milton Friedman. Se le concessioni balneari catalizzano le sensibilità e le attenzioni della politica fino a mettere in discussione la sopravvivenza del Governo significa che i meccanismi concorrenziali di ogni altro mercato funzionano con la precisione di un orologio svizzero. Ma anche il più sprovveduto dei paladini del turbo-liberismo sarebbe assalito dal dubbio.

Nel Paese che occupa la 54ma posizione della classifica “Doing Business” della Banca mondiale, la 25ma su 27 nell’UE il tema degli ombrelloni e lettini in spiaggia può rappresentare la discriminante e il termometro del livello di apertura dei mercati?

Come spesso accade nel nostro Paese, si formano due partiti contrapposti, ignorando la terza via. Esprimere perplessità e riserve sulla questione del demanio marittimo non significa essere amico dei balneari, ma sforzarsi di dare la giusta dimensione a un tema di interesse pubblico.

Nel dibattitto sui balneari confusa la concorrenza nell’offerta con la valorizzazione dei beni pubblici

Abbiamo assistito a un dibattito viziato all’origine confondendo la concorrenza nell’offerta che stimola qualità dei servizi e investimenti con la capacità di valorizzazione dei beni pubblici. Se non fosse sufficiente una passeggiata nella Riviera Adriatica e in Versilia per verificare l’elevato livello di concorrenza trasparente tra le imprese, un riferimento all’attività dell’Autorità Antitrust risponde a molti quesiti. Le crisi che si sono succedute dal 2008 ad oggi hanno aumentato il tasso di allergia nei confronti della concorrenza in Italia.

L’autorità negli ultimi 10 anni ha comminato sanzioni per oltre 3,6 miliardi con un trend crescente, dai circa 200 milioni l’anno nel 2011-2012 alla media annuale che sfiora i 900 milioni nell’ultimo triennio. Nemmeno un euro di multa ha colpito uno stabilimento balneare della penisola. Ma c’è un altro fenomeno che ci segnala l’Antitrust. La costante crescita dimensionale di numerose imprese ha spinto l’autorità di controllo a porre particolare attenzione nella fattispecie di abuso di dipendenza economica per contrastare condotte illecite di operatori che detengono un elevato potere di mercato. Numerosi gli interventi negli ultimi anni nei confronti di imprese che praticano comportamenti scorretti soprattutto nei confronti dei fornitori. Tra i casi più emblematici McDonald’s per abuso nelle condizioni per il franchising.

Nel 2020 solo 300 provvedimenti Antitrust a tutela dei consumatori e micro imprese

Sempre con riferimento all’ultimo decennio, si contano oltre 1.500 provvedimenti dell’Antitrust a tutela dei consumatori e delle micro imprese di cui 300 soltanto nel 2020.

Le crisi tuttavia non impattano solo sugli indicatori macroeconomici, incidono anche su valori e obiettivi politici e sociali. E’ palpabile la sensazione che il fondamentale processo che in Europa ha portato alla creazione di un mercato senza barriere abbia perso slancio e spinta propulsiva, lasciando ampi spazi a rigurgiti protezionistici nei quali l’Italia primeggia.

Riprendendo a riferimento gli stabilimenti balneari, la questione non è il funzionamento del mercato ma le modalità e i criteri di assegnazione delle concessioni. Tema assai rilevante in quanto occorre individuare un difficile equilibrio tra tutela e valorizzazione del patrimonio pubblico e le giuste esigenze economiche dell’impresa. La realtà dei balneari è che i canoni concessori sono esigui, circa 105 milioni di euro l’anno a fronte del patrimonio pubblico in gestione. Fenomeno piuttosto diffuso che conferma l’incapacità dello Stato nel valorizzare le sue proprietà. Per le acque minerali gli enti locali incassano 19 milioni l’anno da quasi 300 concessionari e l’incidenza sui costi di produzione (dati del MEF) oscilla tra lo 0,30 e lo 0,70%. Alcune concessioni addirittura sono in capo agli stessi enti locali.

Preoccupano concessioni come quella di autostrade, aeroporti, reti gas

Ma è un altro esempio di procedure di affidamento e non di concorrenza nell’offerta al consumatore. Questione più delicata sono i monopoli naturali, che riguardano principalmente le infrastrutture. Sempre l’Antitrust in più occasioni ha rilevato che “le concessioni che più destano preoccupazione dal punto di vista concorrenziale riguardano in primo luogo autostrade, aeroporti, reti gas e grandi derivazioni idroelettriche” dalle quali emerge una forte resistenza all’espletamento di gare pubbliche. Peraltro l’eccessiva ampiezza e durata delle concessioni esistenti hanno prodotto un inevitabile ingessamento degli assetti di mercato. Senza trascurare l’impervio processo di liberalizzazione del servizio postale universale, l’uscita dal mercato elettrico tutelato e lo stallo nel servizio pubblico radiotelevisivo.

Anche per Regioni e Comuni opzionale il rispetto delle norme sulla concorrenza 

Su tali punti nevralgici del sistema economico si alimenta l’insidioso conflitto di interessi in capo allo Stato, troppo spesso arbitro e giocatore. Un moloch che sembra insensibile a ogni tentativo di liberalizzazione e trasparenza. C’è un capitalismo municipale che si ingrassa continuamente. La Corte dei Conti ha sottolineato come gli affidamenti in house siano la norma. Su un totale di 14.626 affidamenti le gare con impresa terza risultano pari soltanto a 878.

Una delle norme quasi clandestine del Decreto Cura Italia del Governo Monti ha rafforzato il potere di “advocacy” dell’Antitrust. I pareri e le segnalazioni all’amministrazione statale (centrale e periferica) per rimuovere ingiustificate restrizioni alla concorrenza diventano vincolanti se validate dal giudice amministrative. Ebbene, su oltre 1.600 interventi in 8 anni, il tasso di recepimento è stato del 50%. Insomma i balneari saranno pure brutti, sporchi e cattivi ma Stato, Regioni e Comuni considerano opzionale il rispetto di norme che loro stessi scrivono per favorire la concorrenza.

 

 

 

 

 

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