Crescita: grossi ostacoli sulla strada della ripresa

Alle incertezze sul contenimento del virus si aggiunge il problema della scadenza a fine anno della moratoria sui prestiti col rischio di default per molte aziende

Anche l’ultima parte della stagione vacanziera è stata dominata dalle polemiche sul green pass distogliendo l’attenzione da alcune questioni cruciali che riguardano la capacità di tenere insieme la tutela della salute e la salvaguardia delle attività economiche. L’autunno dirà con certezza se abbiamo imparato a convivere con il virus consolidando il robusto recupero dell’economia, o se torneranno misure di contenimento severe e rivedremo l’Italia a colori.

Le chiusure sono uno spettro e avrebbero effetti devastanti sul tessuto economico e sociale, farebbero ripiombare il Paese in una crisi profonda e dai costi elevatissimi. L’Italia si è aggrappata alla manifattura che conferma di essere fondamentale per la risalita del Pil ma l’economia dei servizi pesa quasi l’80% del prodotto interno lordo e nelle aree urbane è ancor più rilevante. Per una città come Roma solo il terziario avanzato conta quasi mezzo milione di imprese nell’area metropolitana.

Attese riforma ammortizzatori sociali e rivisitazione Irpef

Il rimbalzo dell’economia quindi è tutt’altro che scontato nel medio periodo se mancherà la capacità di tenere sotto controllo il virus. Condizione necessaria ma non sufficiente per rimettere l’Italia sul sentiero della crescita che ha smarrito da oltre 20 anni. Nelle prossime settimane il Governo presenterà la riforma degli ammortizzatori sociali e quella per ridefinire l’Irpef. Due interventi attesi e importanti ma con impatto quasi marginale sugli ingranaggi per riavviare il motore dell’economia.

Ben altro peso avrà l’avvio operativo del Recovery Plan con l’esigenza di allocare tempestivamente e con efficacia le risorse per accelerare la spesa per investimenti che rappresenta uno degli anelli deboli del Paese per favorire la competitività e l’ammodernamento del sistema produttivo.

Un tema dirimente sarà l’exit strategy dalle misure emergenziali in materia di finanza pubblica e soprattutto credito. Due partite estremamente delicate che si giocano principalmente in Europa senza tuttavia dimenticare il fronte interno a partire dall’operazione Unicredit-Mps nella quale il Governo ha un ruolo decisivo. Sulla banca senese c’è una copiosa letteratura giornalistica e giudiziaria mentre su UniCredit ha prevalso l’indulgenza considerando che oggi vale la metà di Intesa Sanpaolo e soprattutto il 75% in meno rispetto ai tempi della fusione con Capitalia e nonostante aumenti di capitale che hanno sfiorato i 30 miliardi e la cessione di alcuni gioielli di famiglia come Pioneer. L’operazione deve puntare a rafforzare il sistema bancario nel medio lungo termine e non essere lo strumento per cercare di dare risposte nel breve termine a due debolezze.

Difficile il ritorno alla normalità nei flussi di credito necessari per lo sviluppo delle imprese

A fine anno scadrà la moratoria sui prestiti e senza interventi per un atterraggio soft si potrebbe innescare il default di molte imprese con ripercussioni sul sistema di garanzie pubbliche. Tra garanzia di Stato e moratoria sono congelati oltre 300 miliardi di impieghi bancari alle imprese, quasi la metà del totale.

La funzione primaria del sistema bancario rimane erogare credito per supportare le scelte di consumo dei cittadini e di investimento delle imprese. Le banche sono la cinghia di trasmissione della politica monetaria all’economia reale ma senza una revisione profonda dei meccanismi e delle definizioni regolamentari sarà assai complicato il ritorno a una sorta di “normalità” nei flussi di credito.

Occorre lasciare alle imprese solide il tempo per ripagare i debiti

Altrettanto vitale la partita sulle regole fiscali scolpite nel patto di stabilità. La sospensione del Patto non può limitarsi a una parentesi. La pandemia ha evidenziato l’esigenza di rivederne il profilo accantonando il timore che regole flessibili possano alimentare comportamenti irresponsabili da parte di alcuni Stati in tema di finanza pubblica. Considerazione analoga per il finanziamento dell’economia reale. Il pericolo di concedere credito ad imprese senza futuro è concreto ma è senz’altro inferiore a quello opposto: non lasciare il tempo sufficiente a quelle sane e solide di poter ripagare i propri debiti.

Tre profonde crisi in appena 12 anni hanno migliorato e rafforzato la capacità di risposta ma hanno fatto emergere che l’impianto del sistema regolatorio funziona in tempi ordinari, ma è incapace di fornire risposte adeguate nelle fasi di emergenza economica e finanziaria obbligando a ricorrere alla deroga temporanea (dalle moratorie al quadro temporaneo sugli aiuti di Stato). E’ auspicabile quindi sfruttare l’uscita dalla fase emergenziale per rendere anticicliche e flessibili regole concepite come fisse e rigide.

Rivitalizzare sistema Confidi e rivedere operatività fondo di garanzia 

Sul piano interno lo shock provocato dalla pandemia dovrebbe suggerire alcune riflessioni sul rapporto tra impresa e credito, a partire dall’allontanamento del sistema bancario dall’imprenditoria diffusa che rende quanto mai urgente rivitalizzare il sistema dei Confidi. Un’esperienza mutualistica italiana che anche in questa crisi ha dato prova di sostenere il mondo della micro e piccola impresa. In nome del pragmatismo dovrebbe essere rivista l’operatività del Fondo di garanzia per le Pmi nell’ottica di assicurare il maggiore effetto leva delle risorse pubbliche favorendo la complementarietà con le garanzie private.

La pandemia ci ha insegnato che regole fisse e rigide sono strumenti superati dalla storia.

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