Governo: le spine autunnali di Draghi, dal green pass al fisco

In ordine di difficoltà crescente il capitolo delle bollette, il Green Pass sui luoghi di lavoro e la riforma del fisco, un’autentica foresta che rende il sistema ingestibile, iniquo e complesso

Si annuncia un autunno caldo per il presidente del consiglio Mario Draghi che dovrà superare un trittico pieno di insidie a cominciare dalla posizione di Matteo Salvini che non riesce più, ma era facilmente prevedibile, a sostenere il governo ed ammiccare all’opposizione.

La conversione del decreto di agosto sul Green Pass è solo l’inizio, evidenziando le crepe nella eterogenea maggioranza con pezzi di Lega e M5S che perseverano nell’ambiguità sui vaccini e su ogni misura per contrastare la diffusione del virus. Eppure il programma del Governo presentato da Draghi alle Camere per la fiducia al primo posto prevedeva il potenziamento della somministrazione di vaccini.

Tre i temi che metteranno a dura prova le capacità di stratega del premier per non restare imbrigliato nelle fibrillazioni dei partiti che lo sostengono. In ordine di difficoltà crescente il capitolo delle bollette, il Green Pass sui luoghi di lavoro e la riforma del fisco, di cui si parla assai poco proprio per l’elevato tasso di complessità di trovare un punto di equilibrio. Al confronto la riforma della giustizia è un percorso in discesa.

Per il Green passa un iter parlamentare difficile

Per il Green Pass nei luoghi di lavoro l’iter parlamentare si annuncia delicato soprattutto perché le disposizioni saranno operative tra 20 giorni, un periodo sufficiente ad acuire le fibrillazioni sulla misura. Il decreto comunque non prevede più la sospensione che aprirebbe le porte alla sanzione disciplinare. Nei prossimi giorni l’andamento delle vaccinazioni indicherà se la certificazione avrà la funzione di stimolo della campagna vaccinale.

Per il caro bollette misure emergenziali, ma la transizione energetica il prezzo dell’energia destinato continuamente ad aumentare 

Sul caro bollette il Governo ha già provveduto con due interventi corposi per un totale di oltre 4 miliardi di euro per coprire sei mesi di incrementi. Si tratta di misure emergenziali per attutire l’impatto dei rincari ma ci sarà bisogno di ripensare la struttura del costo dell’energia e come ripartirlo tra le famiglie e il sistema produttivo.

Da più parti si indicano la transizione energetica e il processo di decarbonizzazione le molle che spingono i rincari e dal mondo della politica e anche delle imprese si sta alzando il coro per chiedere un rallentamento della transizione. Il ragionamento ha una sua logica. Ridurre le emissioni in Europa del 55% in appena 10 anni comporta un costo molto elevato. La questione tuttavia è più complessa come hanno evidenziato studi autorevoli. I costi della transizione in realtà sono direttamente proporzionali all’avvio del processo. I consulenti economici della Casa Bianca hanno calcolato che avviare la decarbonizzazione nel 2025 con termine al 2050 comporterà un costo pari a 53 dollari a tonnellata di CO2 ma iniziando nel 2030 con termine nel 2060 per ridurre le emissioni serviranno quasi 90 dollari a tonnellata.

Il prezzo dell’energia elettrica è destinato ad aumentare in modo rilevante e non è sostenibile ricorrere al debito pubblico per limitarne l’impatto sulle famiglie più vulnerabili. E’ necessario ripensare la fiscalità dell’energia e gli incentivi, pensati per un mondo e un sistema di produrre non più compatibile.

La riforma del fisco deve portare discontinuità rispetto al passato

Qualcosa di simile per la riforma del fisco. Capitolo molto sensibile per le forze politiche, i cittadini e le imprese, specialmente quando si tira in gioco la casa. Gli annunci di revisione delle rendite catastali hanno già prodotto una serie di reazioni anche scomposte con una correlazione tra rendite e tassa patrimoniale.

Eppure la necessità di una riforma è evidente dai numeri. Il fisco italiano si compone ormai di oltre mille voci, una autentica foresta che rende il sistema ingestibile, iniquo e complesso. Ed è impensabile ipotizzare una riforma a prelievo invariato, ancor di più una riduzione delle tasse.

Sul tema tasse il comun denominatore dei partiti che sostengono Draghi è che non possono aumentare anche a costo di abbandonare qualsiasi finalità per assicurare equità, semplicità e proporzionalità della tassazione.

Anzi, il documento sulla riforma approvato a luglio dalle Commissioni finanze di camera e Senato è il trionfo della incoerenza e delle richieste al limite dell’impossibile. Il documento infatti chiede una riduzione della pressione fiscale di 2 punti di Pil senza peraltro indicarne i tempi. Il Governo ha risposto indicando di fatto due indirizzi: una tale riduzione è impensabile nel breve periodo e la riforma non potrà essere realizzata in disavanzo.

Ma occorre una netta discontinuità rispetto a un approccio ormai trentennale che ha contribuito ad ampliare le diseguaglianze. Il sistema di detrazioni fiscali, la politica dei bonus e degli incentivi finisce fatalmente per favorire chi ha capacità di spesa e capienza fiscale piuttosto che sostenere gli incapienti e le persone a basso reddito.

Sarebbe utile al Paese che il Governo su queste importanti partite provveda da solo con la forza e le energie necessarie per raggiungere gli obiettivi. Ma c’è anche il rischio di non fare nulla per l’intransigenza delle forze politiche.

Per Draghi insomma tre spine autunnali, poi con l’inverno arriveranno quelle di quota 100 e del reddito di cittadinanza. Un passo alla volta.

 

 

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