Marchionne uomo e manager: missione compiuta

L’ imprenditore che non saliva le scale dei Palazzi romani, con la sua morte lascia un vuoto, ma la sua visione e capacità d'impresa entra nella storia

 

Dopo le condizioni irreversibili c’è solo la fine.  Ed è arrivata proprio pochi minuti fa. Pochi manager sono stati raccontati con tanta enfasi e riconoscenza come Sergio Marchionne.

Il salvataggio di due aziende come la Fiat e la Chrysler, entrambe sull’orlo del fallimento, viene considerato un miracolo aziendale senza pari. Senza aiuti dello Stato e senza l’intervento degli stranieri ha infatti saputo portare i ricavi del gruppo FCA dai 47 miliardi di euro del 2004 ai 141 miliardi del 2017, superando vincoli sindacali che sembravano insormontabili.

I mercati finanziari – alcuni titoli del gruppo nel periodo hanno raddoppiato il valore in Borsa – all’inizio piuttosto disorientati dalla notizia della sua improvvisa uscita, hanno poi progressivamente assorbito l’inatteso evento, consapevoli che l’ eredità di Marchionne è così profonda da ispirare ancora a lungo tutta la galassia che ruota intorno a Fiat –Chrysler.

Dopo appena 30 mesi dall’aver assunto il vertice del gruppo automobilistico degli Agnelli, in un’ intervista al quotidiano del gruppo, ‘’La Stampa’’ , aveva già ben definito la linea politica e manageriale che avrebbe caratterizzato tutta la sua gestione. ‘’Se deve entrare lo Stato in un azienda – rilevò – vuol solo dire che i suoi dirigenti si sono dimostrati incapaci.’’ Marchionne non era certamente il tipo da replicare lunghe ed inutili anticamere, come era successo ai vertici che lo avevano preceduto con l’allora premier Silvio Berlusconi.

E così è stato. I Palazzi romani lo hanno visto soltanto per la presentazione dei nuovi modelli dei suoi marchi, dalla Fiat alla Lancia, all’Alfa Romeo e da ultimo la Jeep Renegade, simbolo del successo della coraggiosa globalizzazione del gruppo cominciata nel 2008, in piena crisi economica. Mentre tutti fuggivano Marchionne seppe accogliere la proposta di Barack Obama, e in pochi anni Fiat-Chrysler divenne, e lo è tuttora, la settima casa automobilistica mondiale.

Anziché aprire agli stranieri, come ha scelto di fare la maggior parte dell’imprenditoria nazionale, Marchionne ha dimostrato che si può essere imprenditore globale, togliendo qualsiasi confine al suo gruppo dal piano fiscale a quello produttivo. Oggi il gruppo produce dovunque, ma è sempre stato attento a far primeggiare lo stile e la tecnologia italiana.

La fortunatissima riedizione della ‘’Cinquecento’’ e il rilancio della Ferrari, marchio top dell’auto di lusso e leader nella Formula uno, restano due grandi realtà che lascia in eredità come visione del futuro dell’auto e dell’impresa, quasi come fosse un nuovo imprinting di Marchionne manager e filosofo.

Ma quella straordinaria visione di ampio raggio, anche se ha dovuto fare i conti con qualche errore o promessa non mantenuta, come il mancato rilancio del marchio Lancia, dovrebbe continuare ad ispirare il futuro di FCA. Il successore e’ infatti Mike Manley, finora responsabile del marchio Jeep, che Marchionne ha voluto al centro degli interessi e degli sforzi per lanciare il brand globale, e farne il cuore dell’azienda del domani.

I 14 anni di Sergio Marchionne sul palcoscenico di imprese e accordi di valenza globale diventa, con la sua morte, un capitolo storico.

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