Salario minimo: una legge non risolve il problema delle retribuzioni basse

Le tendenze economiche riflettono condizioni e contesti sui quali le norme non hanno praticamente influenza. Fondamentale favorire la crescita economica

Sul tema del lavoro gli orientamenti del M5S non sono per nulla marginali, anzi mostrano una notevole capacità di condizionare le altre forze politiche perché fanno leva sul concetto che la legge può risolvere qualsiasi problema. Il decreto dignità del 2018 avrebbe cancellato la povertà, insieme al reddito di cittadinanza. Ora il salario minimo imposto per legge risolverà il problema delle basse retribuzioni in Italia.

Insomma la norma ha poteri miracolistici, sono sufficienti alcuni articoli e commi ben scritti per far sparire i problemi della disoccupazione, degli stipendi a livelli di povertà. Purtroppo le dinamiche del mercato possono essere solo marginalmente modificate dalle norme, e le tendenze economiche riflettono condizioni e contesti sui quali la legge non ha praticamente influenza.

Dai partiti e dalle parti sociali Interpretazioni funzionali, ma scollegate dalla realtà 

È interessante al riguardo la lettura delle varie forze politiche e delle parti sociali alla direttiva europea sul salario minimo. Interpretazioni funzionali alle proprie posizioni ma scollegate dalla realtà. Intanto occorre chiarire che le direttive europee sono orientamenti che i singoli Stati devono recepire con margini di discrezionalità a differenza dei regolamenti che sono precise norme. Nel caso della direttiva sul lavoro la discrezionalità è talmente ampia che gli Stati che non hanno il salario minimo possono continuare a non averlo mentre gli altri possono ignorarne i meccanismi ed i parametri per definirlo. Insomma l’Italia recependo la direttiva potrebbe decidere di non introdurre il salario minimo per legge.

In realtà, poi, anche in Italia esiste il salario minimo, la sostanziale differenza rispetto ad altri Paesi è lo strumento per applicarlo. L’art. 36 della nostra costituzione sancisce che le retribuzioni devono consentire una esistenza dignitosa. Pertanto un contratto di lavoro che preveda una retribuzione di 5 euro l’ora sarebbe illegale. Ma occorre che il lavoratore si rivolga a un giudice che non può determinare l’equo compenso ma deve limitarsi a valutare se è inferiore rispetto alla media dei contratti di riferimento registrati al Cnel.

In Italia l’anomalia di basse retribuzioni e alta copertura di contratti collettivi 

Il tema quindi è dove definire il salario minimo. Lasciarlo alla magistratura che valuta caso per caso con tutto ciò che comporta, affidarlo esclusivamente alle parti sociali attraverso la contrattazione collettiva, oppure ricorrere alla norma di legge avendo ben presente che la legge non potrà stabilire l’importo, al più individuare parametri e automatismi per calcolarlo.

In linea generale si può osservare che il salario minimo per legge funziona in quei paesi dove la contrattazione collettiva presenta una bassa copertura di lavoratori. In Italia è superiore all’80%, nei paesi del Nord Europa supera anche il 90% e sono stati quest’ultimi a imporre nello schema di direttiva che il salario minimo non si potrà applicare a tutti i lavoratori, al massimo solo a quelli senza contratto di riferimento. Il documento della Commissione inoltre più che sul salario minimo punta a retribuzioni eque con un esplicito invito ai singoli Stati a rafforzare la contrattazione collettiva. Tale impostazione riflette infatti la rilevazione che le retribuzioni tendono ad essere più elevate dove la copertura della contrattazione è più estesa.

In dieci anni contratti collettivi saliti da 300 a quasi mille 

Un’anomalia spiegata dalla circostanza che le dinamiche dell’economia sono più robuste e più veloci rispetto alla logica della legge. In appena 10 anni il numero dei contratti collettivi depositati al Cnel è salito da poco più di 300 a quasi mille. Si tratta dei cosiddetti contratti pirata, sottoscritti soprattutto da organizzazioni sindacali quasi fantasma. Un fenomeno che va contrastato ma che si spiega con un panorama molto eterogeneo. Ci sono settori e territori nel paese estremamente fragili e la pratica di perseguire il dumping salariale è la risposta più semplice e facile alle difficoltà di essere competitivi.

Le retribuzioni devono essere agganciate ad alcuni indicatori. Lo sviluppo dipende da investimenti e competenze  

Un tale panorama ci dice quindi che le retribuzioni devono essere agganciate ad alcuni indicatori. Quando si sottolinea che in Germania le retribuzioni sono aumentate del 24% in 20 anni non si deve ignorare che nello stesso periodo il Pil pro-capite è salito del 31%. In Italia il Pil pro-capite segna un insignificante +3% dal 2000, pertanto è evidente, in chiave economica, che gli stipendi si muovano come il gambero.

In Italia dovrebbe affermarsi una sana e positiva ossessione per la crescita economica. Senza sviluppo non è pensabile un avanzamento del benessere. E per crescere occorrono politiche che affrontino in modo deciso le criticità che schiacciano l’Italia: produttività stagnante, basso livello di investimenti, trend demografico negativo e modesto livello di competenze.

Abbassare le tasse sul lavoro, comunque auspicabile, spostare la contrattazione collettiva dal centro al territorio sono interventi utili,  ma non risolvono i mali storici del sistema economico italiano.

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