Smart working: il pubblico fa marcia indietro, una scelta contro la trasformazione energetica e digitale 

La modernizzazione dell’Italia passa per  il lavoro agile. Ma la PA e molte imprese sono ancora impreparate. Occorre accelerare il cambiamento della struttura del rapporto contrattuale

La pandemia si sta dimostrando un potente acceleratore di fenomeni e processi, che si scorgevano appena, a ogni latitudine delle società moderne: mobilità, distribuzione, energia, istruzione. Ma l’impatto maggiore riguarda il mondo del lavoro con l’esplosione del ricorso allo smart working. Una misura obbligata per contenere la diffusione del virus ma che fatalmente ha ridisegnato in poco tempo abitudini personali con un rilevante impatto sui trasporti, la ristorazione e anche sul comparto immobiliare.

Il progressivo, auspicabile, ritorno alla normalità sta mettendo il mondo del lavoro davanti al tema di come trattare l’esperienza dello smart working. Il dibattito pubblico si è concentrato sugli statali dopo la decisione del governo di prevedere il ritorno in presenza al 100% da metà ottobre.

La pubblica amministrazione quindi manda in archivio il lavoro agile rimandando a un futuro più o meno prossimo la possibilità di utilizzarlo. Già questa evidenza dimostra lo scarto esistente tra il settore pubblico e dinamiche che interessano l’intero mondo del lavoro.

Nel settore privato sembra emergere la volontà di mantenere una quota di smart working senza trascurare una serie di questioni organizzative. Alcuni studi realizzati durante la pandemia evidenziano che lo smart incide in modo positivo sulla produttività. Altri benefici riguardano la contrazione del pendolarismo e del tempo improduttivo (in Gran Bretagna è stato calcolato che si perdono 178 ore l’anno a causa del traffico), la maggiore flessibilità del lavoratore. Esistono anche effetti negativi come il rischio di ridurre il senso di appartenenza a una comunità, percepire il proprio impiego come virtuale.

L’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano ha calcolato che il lavoro agile interessava solo 570mila lavoratori italiani prima della pandemia, balzati poi a oltre 6,5 milioni. Altri risultati rilevanti evidenziano un aumento della produttività del 10% e un risparmio tra il 30 e il 50% sui costi vivi degli immobili. Nell’ambito della pubblica amministrazione l’Inps ha smaltito 6,4 milioni di pratiche per la cassa integrazione con il 97% dei dipendenti in smart working. L’ex ministra Dadone immaginava una quota intorno al 50% di dipendenti pubblici in telelavoro mentre il successore Brunetta ha ridotto l’obiettivo al 15% motivandolo con la mancanza di contratti, tecnologie e obiettivi.

Ci si potrebbe chiedere perché non è stato fatto praticamente nulla per favorire il lavoro agile per il quale c’è una legge di alcuni anni orsono con le tipiche complicazioni burocratiche italiche che sono state rimosse durante l’emergenza pandemica.

Tuttavia contratti e tecnologie non sono sufficienti a stimolare lo smart working. Il vero problema che ne frena la diffusione in tempi normali è che comporta un cambiamento profondo nella struttura del rapporto contrattuale. Viene a mancare la possibilità di misurare la quantità del lavoro in termini di estensione temporale innescando una piccola rivoluzione nei sistemi di gestione del personale. E la Pubblica amministrazione ma anche molte imprese non sono ancora preparate.

L’estensione dello smart working darebbe un importante contributo anche al processo di transizione energetica incidendo anche sul ridisegno urbanistico delle città e di conseguenza con un impatto rilevante sul settore immobiliare.

Alcune indagini rilevano che lo smart working incide in modo profondo sulle scelte abitative dei lavoratori e durante la fase più acuta della pandemia è emerso un discreto flusso di persone dai capoluoghi verso l’hinterland ma in modo spontaneo si stanno rivitalizzando alcuni borghi dimenticati.

Il lavoro agile ha innescato nuove dinamiche nell’immobiliare, sia uffici che residenziale, ma sta orientando anche una concezione dell’abitazione. Negli Stati Uniti ad esempio fino a qualche anno residenziale e direzionale erano mercati ben distinti mentre oggi i confini tendono a ridursi. Una ricerca della John Burns Real Estate rileva che quasi l’80% delle persone che acquistano o prendono in affitto una casa vuole almeno una stanza per il lavoro da remoto e spazi esterni. Inoltre stanno aumentando le abitazioni in cui è possibile affittare una stanza o avere a disposizione spazi di co-working da condividere con altri inquilini. Questo fenomeno potrebbe svilupparsi anche in Italia favorendo inoltre l’affitto rispetto all’acquisto dell’abitazione in nome della flessibilità.

Per accompagnare tali profonde trasformazioni sono tuttavia necessarie politiche e strumenti mirati, dalla digitalizzazione a incentivi specifici per il comparto immobiliare, una revisione della fiscalità.

La politica dovrebbe orientare scelte verso investimenti per accelerare la trasformazione tecnologica e digitale uscendo dall’approccio meramente assistenziale nei confronti delle categorie più vulnerabili. E forse è questo il principale ostacolo sulla via della modernizzazione dell’Italia.

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