Spese militari: sul budget la questione è dove spendere e per fare cosa 

Necessario evitare sterili polemiche e avviare un valido confronto su analisi del presente e valutazione delle prospettive

È ai limiti del surreale il nuovo terreno di frizioni all’interno della politica sull’aumento delle spese militari. Una disputa poco comprensibile nel merito e nel metodo se la si guarda con gli occhi dell’osservatore distaccato. Un semplice ordine del giorno (in sostanza una richiesta del Parlamento al Governo che non ha alcun vincolo legislativo e giuridico) si è trasformato in un’arma puntata su Palazzo Chigi.

L’ordine del giorno per il progressivo aumento delle spese militari al 2% del Pil in coerenza con gli accordi Nato del 2014 evidenzia elementi da schizofrenia del clima politico. Presentato da Fratelli d’Italia, principale partito dell’opposizione, è stato fatto proprio dal Governo e approvato quasi all’unanimità, ma dopo pochi minuti il M5S ha minacciato voto contrario a qualsiasi atto che preveda un incremento del budget della difesa.

Per il momento evitata la crisi di governo che nessuno vuole in questa fase drammatica con una guerra ai confini dell’Europa, ma si è aperto un nuovo vulnus all’interno della maggioranza rendendo sempre più incerta la navigazione del Governo verso la scadenza naturale della legislatura tra 12 mesi.

Non dobbiamo accontentarci dei sondaggi che indicano il 70% di contrari all’aumento  

Come da tradizione, le polemiche e gli scontri politici si fermano alla superficie delle questioni, ai titoli. Una tendenza consolidata dallo sterile populismo che rinuncia alla visione e all’analisi delle complessità per rifugiarsi dietro il sondaggismo imperante e da un sistema mediatico che sembra aver abdicato alla essenziale funzione di contribuire a formare opinioni. Sventolare che il 70% degli italiani è contrario ad aumentare la spesa militare non significa nulla. È molto probabile che la percentuale salirebbe a oltre il 90% se il quesito riguardasse il livello della tassazione sui redditi. Poi c’è la componente del pacifismo vuoto e trasversale agli schieramenti che invoca di tagliare le spese militari per aumentare quelle per scuola, sanità, pensioni, come se il budget per la difesa e il sistema di welfare siano antagonisti e alternativi.

Un tema rilevante ancora una volta è stato gettato nel frullatore, mentre dovrebbe essere avviato un sano confronto fondato su analisi del presente e valutazione delle prospettive, nella consapevolezza che la guerra in Ucraina a prescindere da quale sarà l’esito sarà un elemento di discontinuità della storia recente.

Spendiamo 28 miliardi all’anno rispetto ai 50 miliardi della Francia

Il primo elemento su cui riflettere è se dobbiamo avere un sistema di difesa. Se la risposta è negativa allora non ha senso spendere 28 miliardi l’anno. Se il Paese invece considera essenziale dotarsi di un apparato militare difensivo, si dovrebbe valutare se questo è idoneo ed efficiente in relazione alle minacce considerate.

In termini assoluti e relativi al reddito nazionale l’Italia non è un big nella spesa militare. La Francia supera i 50 miliardi e poco sotto si collocano Germania e Gran Bretagna. La Russia si attesta intorno ai 64 miliardi l’anno, volume che non la colloca tra le superpotenze, escludendo l’arsenale nucleare.

Infatti le forze armate russe non brillano per dotazione e livello tecnologico come dimostrano anche le difficoltà sul campo in Ucraina. Nell’ultimo decennio Mosca ha speso 650 miliardi di dollari per la difesa contro i 2.500 miliardi della Cina, i mille dell’Arabia Saudita. Il raffronto con gli Stati Uniti è imbarazzante. Washington spende circa 750 miliardi l’anno e dal 2011 ha investito nella difesa 8.600 miliardi, quasi il 4% del Pil.

Finanziate anche spese per la ricerca e sviluppo e la difesa cibernetica 

La spesa militare inoltre si compone di molti capitoli, tra i quali il finanziamento delle molteplici missioni all’estero. Il budget della difesa riveste un ruolo rilevante nel finanziare le spese in ricerca e sviluppo. La realizzazione dell’areo militare europeo Eurofighter ha permesso alle industrie di compiere un salto di qualità in termini di competenze, sistemistica, capacità di progettazione i cui benefici si trasferiscono all’industria civile. La ricca elettronica di bordo che equipaggia le nostre auto è figlia di quel progetto europeo avviato oltre 30 anni or sono, così come gli innovativi materiali compositi.

Inoltre negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una mutazione della minaccia, basti pensare al terrorismo, e alle sue modalità, ai cambiamenti degli equilibri geopolitici. La difesa cibernetica oggi è una priorità a livello globale, e rientra a tutti gli effetti nel budget della difesa, così come le attività spaziali.

Metà delle risorse investite nel personale 

Il dibattito sui titoli dell’aumento della spesa militare ha quindi poco senso se il Paese ritiene di dover mantenere un efficace sistema di difesa. La questione vera è come impiegare le maggiori risorse ( più della metà sono investite nel personale)  su quali progetti e con quali finalità, valutando le ricadute industriali.

Anche i riferimenti alla difesa comune europea ad oggi non sembrano sostenuti da una chiara condivisione strategica e soprattutto politica. Un sistema di difesa europeo è certamente auspicabile ma è praticabile solo dopo un irreversibile percorso per l’unione politica. Nell’attuale assetto istituzionale dell’Europa chi potrebbe decidere il livello di minaccia e soprattutto quando e come impiegare le forze armate? Su questi temi si dovrebbe dibattere uscendo dal clima di polemica sterile.

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