Termovalorizzatore: sale la tensione, rischio di scontro istituzionale tra Comune e Regione

Anche le difficoltà della maggioranza di Governo pesano sulla scelta di Gualtieri di dotare Roma,  dopo 35 anni, di un impianto per lo smaltimento dei rifiuti

Era facile prevedere l’inasprimento dello scontro politico sulla realizzazione del termovalorizzatore a Roma che è diventato uno dei principali indicatori sulle fibrillazioni che scuotono la maggioranza che sostiene il governo Draghi.

E come spesso accade nelle vicende italiche la concretezza del confronto politico è assai rara, meglio sventolare bandiere identitarie. Ancor più frequentemente, il limite italiano è immaginare che c’è sempre tempo per rispondere ai problemi. Nello specifico si tende a ignorare che sul tema della raccolta e gestione rifiuti a Roma le lancette della storia sono ferme a 35 anni orsono. La capitale detiene il poco invidiabile primato del numero di sanzioni per inosservanza a qualsiasi scadenza indicata dalle normative europee in tema di discariche.

La dotazione di impianti è pari a quella di una città di appena 300.000 residenti

Senza giri di parole qualsiasi progettazione per rispondere all’emergenza rifiuti non può prescindere dal fatto che Roma è all’anno zero. Tra le capitali europee, e non solo, presenta la più bassa percentuale di differenziata, primeggia nella classifica dei capoluoghi export di rifiuti, la dotazione di impianti è pari a quella di una città da 300mila residenti. Gli effetti negativi sono molteplici, in particolare i cittadini sono chiamati a sostenere costi elevati per un servizio altamente inefficiente. I romani pagano in media 370 euro di tassa rifiuti, il 43% in più rispetto ai fiorentini e il 20% in più dei milanesi.

Ben distinta raccolta e gestione dei rifiuti 

Avviare finalmente un piano per gestire in modo efficiente i rifiuti a costi contenuti dovrebbe rappresentare la stella polare della politica. Da dove partire? Il primo errore commesso dalle ultime quattro giunte è quello di confondere raccolta e gestione rifiuti, mentre sono due aspetti ben distinti, tant’è che le imprese che svolgono la raccolta rifiuti non si occupano dello smaltimento. Da qui nasce l’interpretazione distorta che i termovalorizzatori non stimolano la differenziata. Affermazione smentita dai fatti. A Roma, con pochissima capacità di trattamento rifiuti, la differenziata supera di poco il 40%, ed è addirittura in calo da qualche anno. In Lombardia, Emilia Romagna e Veneto è concentrato il 60% della capacità dei termovalorizzatori italiani eppure la quota di differenziata supera il 70%.

Le principali multiutility italiane favorevoli a realizzare e gestire il termovalorizzatore della capitale

Nel caso di Roma, significa che l’impianto da 650mila tonnellate l’anno annunciato dal sindaco Gualtieri (ma la capacità netta è circa 500mila in quanto si producono 150mila di nuovi rifiuti) può lavorare a piena capacità anche con una quota di raccolta differenziata del 75%. Le prospettive di profittabilità dell’impianto sono confermate dall’interesse manifestato da tutte le principali multiutility italiane a realizzare e gestire il termovalorizzatore della capitale. Scontato l’interesse di Acea, controllata dal comune di Roma, ma anche A2A, Hera e Iren hanno pubblicizzato l’interesse nell’operazione.

Un assist, involontario, al nuovo impianto arriva anche da Bruxelles. Il RePowerEu approvato dalla Commissione Europea nei giorni scorsi autorizza gli Stati membri a modificare i Recovery Plan nazionali per destinare maggiori risorse (attingendo dal fondo europeo alimentato dai certificati sulle emissioni, pari a circa 225 miliardi) agli investimenti in campo energetico.

Bruxelles potrebbe persino prevedere il finanziamento del termovalorizzatore della capitale

I nemici del termovalorizzatore hanno subito commentato che il piano illustrato dalla presidente Von der Leyen non prevede quella tipologia di impianti. In realtà il piano non specifica quali tecnologie utilizzare, ma considerando la priorità di ridurre gli approvvigionamenti da fonti fossili e che tra esportare rifiuti e bruciarli in loco la seconda supera la prima, è evidente che il piano di Bruxelles possa persino prevedere il finanziamento del termovalorizzatore della capitale.

La strada per realizzare l’impianto tuttavia è in salita e non solo per lo scontro politico tra la giunta Gualtieri e il M5S. Sarà necessario sciogliere alcuni nodi di carattere procedurale e istituzionale che chiamano in causa lo status della capitale.

Realizzare un termovalorizzatore a Roma significa dover riscrivere il piano rifiuti della Regione Lazio che nell’ultima versione approvata non prevede nuovi impianti. I poteri di commissario che il Governo ha affidato al sindaco di Roma comportano, tra l’altro, che Gualtieri può ignorare i piani della Regione Lazio anche se Roma non è un ATO (Ambito territoriale ottimale) a sé stante.

I poteri di commissario consentono a Gualtieri di sconvolgere il piano regionale

È evidente tuttavia che il progetto di Gualtieri sconvolge il piano regionale per trattare 3 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti. Se Roma diventa un’ATO anche formalmente, il piano della regione per gli impianti dovrà essere calibrato su circa 1,7 milioni di tonnellate. E alcuni impianti sono già in fase avanzata di autorizzazione. In particolare il piano regionale prevede un potenziamento della capacità al 2025 di 450mila tonnellate, finalizzato ad assorbire l’indifferenziato di Roma. Per l’inceneritore di San Vittore di proprietà Acea è stata autorizzata la quarta linea ma con l’impianto di Roma diventa inutile.

È auspicabile che Regione e Campidoglio si parlino per rivedere l’impiantisca ma il dossier del termovalorizzatore conferma la necessità di rivedere lo status di Roma Capitale, magari riconoscendogli gli stessi poteri della Regione.

 

 

 

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