Ucraina: alternative al gas russo strada obbligata, razionamento più che un’ipotesi

Difficile che Putin blocchi le forniture che sono una importante fonte di ricavi, tuttavia con guerra non si può escludere nulla.

Centotrenta miliardi di metri cubi. E’ la quantità di gas che l’Europa riceve in un anno dalla Russia e rappresenta il 30% del consumo del vecchio continente. Italia e Germania sono i principali acquirenti, per noi è poco oltre il 40% del totale mentre per Berlino è esattamente la metà. E tuttavia la Germania dispone di maggiori alternative rispetto all’Italia per sopperire alle tensioni sul gas, a cominciare dal fatto che nella produzione di energia elettrica la Penisola presenta la maggiore incidenza di centrali termiche di tutta Europa.

Tra gli effetti della sconsiderata invasione dell’Ucraina da parte dello zar Putin la questione energetica è certamente in cima alla lista. Le forniture russe per il momento continuano anche se alle quantità minime contrattuali ma uno stop non è da escludere. Per questo qualche giorno fa il Ministero per la transizione energetica ha dichiarato lo stato di pre-allarme.

La copertura dell’offerta russa con altri canali costerebbe moltissimo 

Significa che il razionamento è più di un’ipotesi, mentre è una certezza che i prezzi energetici sono destinati a salire. Nello scenario migliore all’Europa verranno a mancare circa 40 miliardi di metri cubi considerando l’esigenza di ricostituire gli stoccaggi entro il prossimo autunno. Nel brevissimo termine si potrebbero aumentare le importazioni da altri canali come la Norvegia e incrementare a pieno regime i flussi del TAP. Secondo alcune stime l’Europa potrebbe coprire quasi completamente la minore offerta dalla Russia ma i prezzi salirebbero in modo esponenziale e per molto tempo.

Nel medio e lungo termine contrariamente ad alcune tesi, è necessario accelerare la transizione energetica puntando con decisione sulle rinnovabili. L’Italia è già molto avanti rispetto alla media europea ma molti progetti sono impantanati nelle sabbie mobili della burocrazia e solo l’emergenza provocata dalla guerra in Ucraina ha convinto il governo a intervenire per snellire tempi e procedure per autorizzare gli impianti di autoproduzione. L’impennata dei costi del gas e del resto delle fonti fossili rendono molto competitive le produzioni da rinnovabili.

Accelerare la decarbonizzazione 

Le centrali termiche devono restare esclusivamente per assicurare l’offerta di energia nei momenti di carenza delle rinnovabili che non sono programmabili (e lo abbiamo visto a ottobre con la bonaccia nel Nord Europa che ha fermato l’eolico britannico). In ogni caso devono riprendere gli investimenti per realizzare centri di stoccaggio in tutta Europa. Il percorso per la decarbonizzazione, quindi, non deve subire intoppi e arretramenti e la crisi attuale dovrebbe rafforzare il convincimento della politica ad accelerare.

Altre alternative come carbone e nucleare non sono praticabili o comunque scarsamente efficaci. Le centrali a carbone in Italia possono arrivare al massimo a coprire il 4,5% del fabbisogno e in ogni caso il carbone disponibile dovrebbe arrivare sempre dalla Russia. Il nucleare è decisamente remoto. Intanto ci sono due referendum che ne impediscono gli investimenti e poi per costruire una nuova centrale occorrono in media 6-7 anni, in Italia almeno 10.

Tuttavia è difficile ipotizzare che Putin blocchi le forniture di gas e petrolio che rappresentano la principale fonte di reddito della traballante economia russa. E le sanzioni imposte da Europa e Stati Uniti sono molto pesanti anche se sono costruite per preservare flussi e pagamenti di gas che avvengono attraverso Sherbank e Gazprombank, escluse dalla black list degli intermediari finanziari russi.

La Russia non può permettersi l’isolamento

Nel breve e medio periodo la Russia non può dirottare il gas verso altri mercati, in particolare Cina per mancanza delle necessarie infrastrutture. Ma una stretta alleanza tra Mosca e Pechino è da escludersi come dimostra l’astensione cinese al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla condanna dell’aggressione all’Ucraina. Pechino è molto più interessata ai mercati americano ed europeo e l’isolamento al quale è condannato Putin sarebbe un prezzo molto oneroso da sopportare.

Il conflitto in Ucraina è ancora nella fase muscolare: la resistenza ucraina, l’avanzata russa e le sanzioni occidentali non mostrano alcun cedimento. La sensazione è che sia proprio la Russia ad avere la minore autonomia. Impensabile una destituzione del nuovo zar fino a quando non verrà trovata una soluzione diplomatica al conflitto anche se il costo della guerra si sta rivelando assai ingente per la Russia che non è la Corea del Nord. E’ perfettamente integrata nei meccanismi internazionali e nei mercati finanziari e non può permettersi un isolamento, così come non può permettersi che l’Ucraina si trasformi in un nuovo Afghanistan. Quali siano gli obiettivi di Putin non è ancora chiaro, la sua strategia però ha prodotto due risultati oggettivi: ha unito di più l’Europa ed ha rivitalizzato uno strumento moribondo come la Nato. Lenin e Stalin si stanno rivoltando nella tomba.

 

 

 

 

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