Ucraina/Energia: gli azzardi di Putin e i rischi per l’Europa

All’invasione militare si aggiunge il conflitto sull’energia con gli Stati Uniti e l’Europa che oltre a pagare alti prezzi potrebbe essere costretta a razionamenti. Per la Russia si profila un crollo del Pil del 10 per cento

La Russia di Putin è alle prese con due conflitti. L’invasione dell’Ucraina e lo scontro con Stati Uniti ed Europa sui temi dell’energia. Il primo è in una fase di stallo, i piani dello zar sono saltati e l’Ucraina rischia di diventare un nuovo Afghanistan per Mosca. Il secondo invece registra una costante escalation e Putin confida di incrinare la compattezza occidentale.

Il gas e il petrolio russi sono essenziali per l’Europa, a partire dalla Polonia per la quale rappresenta il 50% del fabbisogno, seguita da Germania e Austria con il 40% e poi l’Italia con circa il 30%. Sostituirlo nel giro di pochi mesi è praticamente impossibile mentre già nel medio termine è realistico immaginare una consistente riduzione della dipendenza da Mosca.

La questione è chi resisterà più a lungo, l’Europa senza gas o la Russia senza entrate

Si sta assistendo a un vero e proprio conflitto energetico dal quale molto probabilmente dipenderà anche la guerra sul campo. La questione è chi resisterà più a lungo, l’Europa senza gas o la Russia senza entrate. Putin dispone di un unico vantaggio: nel breve periodo i regimi autoritari sono più solidi delle libere democrazie, possono far digerire all’opinione pubblica situazioni di crisi.

Il Cremlino ha annunciato che pretenderà il pagamento in rubli per petrolio e gas. Una sorta di ricatto ma, forse, più una mossa azzardata. Anche se non sono pubblici è praticamente impossibile che i contratti in vigore prevedano la possibilità di utilizzare il rublo. Anzi da qualche anno è in vigore una raccomandazione della Commissione Europea agli Stati membri con la quale si sollecita ad un maggiore impiego dell’euro negli acquisti energetici che in totale ammontano a circa 300 miliardi di euro l’anno per i 27 paesi membri.

Per la Russia gas e petrolio rappresentano il 60 per cento delle entrate

Putin punta a rivalutare il rublo ma rinunciare a valuta estera pregiata è molto rischioso nonostante il rafforzamento delle riserve della Banca centrale che sono superiori a 600 miliardi di dollari. E non si può permettere di chiudere i rubinetti dal momento che gas e petrolio rappresentano il 60% del bilancio statale. Nel breve termine inoltre non può dirottare su altri mercati il gas che invia all’Europa. In particolare verso la Cina mancando le necessarie infrastrutture. Mentre è più agevole modificare i flussi del petrolio.

La direttiva di Putin sul pagamento in rubli è stata rivolta a Gazprom che in teoria dovrebbe rivedere i contratti. Impensabile che i paesi europei possano accettare il pagamento in rubli, che sarebbe tra l’altro in palese violazione delle sanzioni nei confronti della Russia. Inoltre pagare le forniture in valuta diversa dal rublo obbliga la banca centrale russa ad acquistare sul mercato interno la liquidità necessaria a sostegno del debito, un meccanismo che deve essere continuamente alimentato per evitare di essere inadempiente rispetto alla scadenza delle rate sulle obbligazioni governative.

In caso di blocco dei flussi dalla Russia si prevede che l’inflazione in Italia schizzerà al 14%, ma la situazione sarà diversa dagli shock petroliferi degli anni settanta

Tuttavia anche per l’Europa la situazione è molto rischiosa. Nel peggiore degli scenari dovrà fare a meno delle forniture dalla Russia, nel migliore dovrà pagare gas e petrolio a peso d’oro. L’ipotesi di razionamenti è molto probabile facendo tornare alla mente gli shock petroliferi dei primi anni ’70 che spalancarono le porte e 20 anni di iperinflazione e continue recessioni. Nomisma Energia prevede che in caso di blocco dei flussi dalla Russia l’inflazione in Italia schizzerà al 14%. In realtà formulare previsioni è difficile in quanto gli economisti sanno misurare l’impatto del petrolio su crescita e inflazione mentre un tale esercizio non è mai stato realizzato sul gas.

Tuttavia rispetto agli anni ’70 il contesto è profondamente diverso. In primo luogo l’economia oggi è a minore intensità energetica. Rispetto agli anni ’70 per unità di prodotto interno lordo consumiamo il 75% in meno di petrolio e il 70% di gas. Altra profonda differenza è rappresentata dalla indicizzazione dei salari faceva propagare su redditi e prezzi le oscillazioni dei costi energetici. Oggi in Italia e in Europa nei rinnovi contrattuali è esplicitamente escluso dal calcolo i rincari dei prezzi energetici. Se il sistema funzionerà tuttavia è tutto da dimostrare. Altra profonda differenza è la politica monetaria delle banche centrali, oggi molto più credibile e affidabile rispetto a mezzo secolo fa. L’impostazione comune delle banche centrali, e in particolare della BCE, è di ancorare la politica monetaria alle aspettative inflazionistiche. Insomma l’economia europea oggi dispone di una serie di anticorpi di cui non disponeva in occasione degli shock petroliferi del passato. Non significa che siamo al sicuro. Le prospettive più ottimistiche indicano che la crescita quest’anno sarà la metà di quella prevista per l’Europa e l’Italia. Per la Russia già si profila una dura recessione, con un crollo del Pil di almeno il 10%. E’ nell’interesse di tutti che la profonda instabilità termini il prima possibile.

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