Tevere: Amendola, ucciso da burocrazia e scarichi (legali) dei Comuni

Il magistrato e politico, esponenente Federazione dei Verdi, stgmatizza le cause della recente moria di pesci e propone un coordinamento unitario del bacino del Tevere e un ‘’catasto degli scarichi’’

Morie di pesci, mare lurido, bagnanti al pronto soccorso. Niente di nuovo, e la causa è sempre la stessa: l’inquinamento del Tevere e del mare romano, insieme a condizioni meteo  caratterizzate da un caldo anomalo e da piogge intense. La vera anomalia è il Tevere, oggi, addirittura infestato da specie aliene, quali giganteschi pesci siluro, che è da anni al limite della sopravvivenza , ma continua a resistere anche quando non c’è più ossigeno.

Sul tema interviene su ‘’Il Corriere della Sera’’ Gianfranco Amendola, magistrato e politico, esponente della federazione dei verdi ed ex Parlamentare Europeo.

E, se pure ogni volta c’è chi tira in ballo fantomatici scarichi pirati di industrie – scrive Amendola –  le cause, come accertato da numerose inchieste giudiziarie, sono ben diverse e, purtroppo, ‘’normali’’: nel nostro fiume, nel nostro mare confluiscono troppi scarichi senza alcuna depurazione  o con una deputazione insufficiente. Questo vale anche e soprattuttoper gli scarichi urbani dei Comuni, i cui depuratori troppo spesso non funzionano o funzionano male, e sono tarati per non depurare il ‘’sovrappieno’’ che va direttamente nell’acqua.

In più si consideri che a Roma per decenni ha prosperato l’abusivismo edilizio con scarichi selvaggi nei fossi, nelle marrane e nei canali di bonifica. Né ha miglliorato la situazione l’espediente varato dalle giunte romane di sinistra per cui, invece di costruire collettori, sono state intubateintere marrane che convogliano ai depuratori quantità anomale di acque che non sono in grado di trattare e diventano ‘’sovrappieno’’. Certo ci sono anche reponsabilità a monte.

L’Aniene giunge nel Tevere con un fortissimo carico inquinante che non proviene da Roma anche se poi Roma e il suo litorale ne subiscono i danni.

Che fare allora? Si chiede Amendola. Innanzitutto – propone – occorre por fine all’inquinamento istituzionale delle competenze con conseguente scaricabarile delle responsabilità. La prima cosa che fece, negli anni 80, Luigi Petroselli (per me, il miglior sindaco degli ultimi 50 anni) fu di creare in Comune un ufficio speciale per garantire il rispetto della legge Merli sull’inquinamento attraverso un coordinamento unitario di tutte le strutture comunali di gestione e di controllo.

Ma occorre anche un coordinamento unitario del bacino del Tevere svincolato dalle delimitazioni e «competenze» amministrative, per gestire e controllare correttamente tutto il fiume e i suoi affluenti con relativi scarichi.

Forse si potrebbe iniziare – conclude Amendola – da un adempimento di legge previsto sin dal 1976 e mai rispettato: il «catasto degli scarichi», ricercandoli capillarmente sul territorio. Perché, come si può depurare un inquinamento che non si conosce?

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