Come sempre, in Italia, qualunque proposta, progetto o decreto vengano avanzate vanno a scadere nello scontro politico e così è anche per il decreto scuola che ancora prima di prendere forma e sostanza reale è finito in un bailamme di attacchi puramente ideologici. Indicativo è l’articolo di Bruno Vespa (Messaggero di sabato 26 settembre) che parte con un commento contorto sull’idea proposta dal governo, ma subito dopo la butta sul Campo Largo e tira in ballo Conte, Vannacci, il voto a Reggio Calabria e l’eterna disputa tra PD e 5 stelle. E qui: gli studenti, la scuola, la lingua italiana e il concetto fondamentale di inclusione sono dimenticati e persi per strada.
A far la storia di questo decreto ci si può confondere e perdere di vista il vero, fondamentale e sacrosanto obiettivo finale che è quello dell’integrazione reale di popoli che toccano la terra Italiana completamente digiuni di usi, costumi, regole e linguaggio.
Altrettanto sacrosanto (anche se laborioso da realizzare) è che la classe genitoriale straniera sia in grado di interagire con “il nuovo mondo” e soprattutto con i figli che frequentano scuole italiane e che la nostra lingua, passo dopo passo, la stanno assorbendo. E’ sotto gli occhi tutti il caso di ragazzi che conoscono l’italiano ma in casa sono costretti a parlare la lingua d’origine perchè in famiglia si continua ad usare solo e sempre quella. Giovani in crescita e conoscenza e genitori che restano, inesorabilmente, indietro e questi nuovi nuclei familiari “ghetto” finiscono, inevitabilmente, sempre più spesso confinati in realtà abitative “ghetto”.
Difficile immaginare che le disuguaglianze economiche e culturali possano essere abbattute se non si interviene direttamente alla base della comunità domestica, questo favorirebbe anche il dialogo aperto tra genitori e insegnanti e perché no fra gruppi giovanili e famiglie di base.
I ragazzi crescono, così, in un “non mondo” divisivo quanto mai che li porta a sentirsi diversi e anche non inclusi in nessuna delle 2 realtà, favorendo di conseguenza il fenomeno della dispersione scolastica.
E poi che orrore definire “classi ghetto” quelle classi con prevalenza di un’etnia piuttosto che di un’altra, chi usa incoscientemente questo termine: o non ne conosce interamente il drammatico significato, con tutto quello che comporta, oppure sbatte questa espressione tanto per dare corpo e forza a delle righe prive di intensità.
Se l’Italia di oggi vuole diventare un Paese multietnico a tutti gli effetti continui sulla strada dell’inclusione facendo un grande sforzo, anche economico, per sostenere mediatori culturali motivati e capaci di adattare questi nuovi gruppi etnici alla realtà linguistica, culturale e comportamentale del nostro Paese