La generazione armata

Questi nostri figli sempre scontenti, arrabbiati col mondo, forse narcisi inconsapevoli, vivono col coltello in tasca: per difesa ma soprattutto per offesa e per postare sui social i loro crimini; solo allora diventano qualcuno e tornano visibili

Cesare Pavese è stato, forse, il più grande “raccontatore” della fatica di vivere, della solitudine, del dolore interiore e della mancanza di dialogo; una sua frase “tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri” che rapportata al disagio giovanile odierno è la vera fotografia di quello che sta stravolgendo i figli del nostro mondo. E anche noi, perchè il concetto di dialogo prevede che ci siano almeno 2 protagonisti pronti all’interazione e all’attenzione e quando questo non accade ci si misura sui social dove siamo al sicuro: si filma il sangue e la risposta è tanto immediata e illimitata quanto gratificante: tutti ti guardano e ti seguono e tu Narciso criminale, finalmente trovi una tua dimensione.

Questa realtà dei ragazzi col coltello, per difesa ma anche e soprattutto per offesa, ci viene incontro come uno tsunami di cui non abbiamo saputo/voluto vedere la nascita e la crescita in un intrigo di fenomeni complessi e compartecipi. Diamo, intanto, per scontato che la società è in continuo cambiamento e che quello che era impensabile ieri, oggi diventa accettabile.

Quando la disgrazia accade si accendono tutti i fari “del commento”, dai media presi nel loro insieme, ai social, dai pubblici pensatori ai grandi decisionisti: tutti intervengono e dicono tante cose che, alla fine sono sempre le stesse e mai ben delineate.

Tutti puntano il dito contro la scuola incapace di trasmettere i concetti basilari di una vita che rispetta le regole e rispetta il prossimo senza cedere alla violenza, all’impulsività e all’odio; ma i prof, grosso modo, ignari di psicologia, sono lì per insegnare al meglio la materia a loro affidata e non per decifrare e correggere, nel caso, oscure trame mentali dei loro allievi. La scuola può e deve essere una sponda sicura per chi è delegato a intercettare i malesseri che turbano anime e pensieri. Ma non era stato previsto lo psicologo a sostegno dei ragazzi problematici? Non si vede e non si è mai visto; ecco allora che la colpa è a monte e siede sulle poltrone di ministri e burocrati.

Altro dito puntato contro il gruppo familiare incapace di notare comportamenti difformi, muto ad ogni tipo di confronto e comunicazione. Unica voce nel vuoto domestico: la tv. E non si deve credere che solo da famiglie disfunzionali, povere di pensieri e di possibilità nascano gli attuali barbari, anche chi crede di avere tutto può diventare un “ragazzo contro” senza le basi e le forze per affrontare la vita; l’angoscia del poco e l’angoscia del tanto, spesso si incontrano nel punto più buio della mente.

Se accantoniamo la scuola come base educativa, ci restano la famiglia e i maledetti social. Con i social, finalmente, puoi interagire, puoi sondare mondi sconosciuti e assorbire quello che pensano e fanno gli altri; nell’IA, diventata subdola consigliera, trovi anche risposte al vuoto che ti soffoca.

Forse è già tardi, ma si deve intervenire: costruire muri e reticolati, inventare dei blocchi, ridimensionare certi siti vietando la messa in rete di contenuti nocivi e poi fare in modo che i nostri ragazzi non abbiano a disposizione tutto quel tempo libero che li porta ad isolarsi in compagnia del telefonino, creando loro delle alternative sportive, culturali e artistiche a cui legarsi

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