L’anno della Tigre penalizza Roma

Per i cinesi è l'anno della Tigre. 15 giorni di grande festa all'insegna del coraggio e della determinazione. Ma il crollo del turismo penalizza la nostra Città che si era preparata alla grande a festeggiare il capodanno nipponico

Il 1° febbraio ha portato per il Capodanno cinese l’anno della Tigre.

La “festa di primavera” è sicuramente la più importante e sentita di tutto il calendario.

La tigre è simbolo di coraggio, sicurezza, ostinazione e determinazione. In particolare, quest’anno, si tratta della tigre d’acqua, un evento che si ripete ogni 60 anni.

Una manifestazione lunga 15 giorni che si conclude con la tradizionale Festa delle lanterne.

L’anno nuovo è accompagnato da canti, strepitii, fuochi d’artificio, con l’uso indiscriminato del colore rosso e tutto accompagnato da cibi tradizionali e tradizionalmente serviti.

Anche Roma, sempre molto attenta al turismo cinese ed ai suoi usi, si è preparata con grande anticipo e su vasta scala alla festa di primavera.

Moltissimi brand di moda hanno dedicato una capsule alla Tigre spaziando dagli abiti alle scarpe fino alle borse.

Molti ristoranti hanno inserito dei menù ad hoc: involtini primavera, ravioli, spaghetti, panini al vapore e biscotti della fortuna sono tra i prodotti più comuni per un cenone di Capodanno che si rispetti, il tutto inframezzato da qualche brindisi.

Anche il sindaco Gualtieri dedica saluti ed auguri alla grande comunità cinese lanciando un messaggio di speranza «Che sia l’anno della ripresa per ricominciare a guardare insieme al futuro» e termina con un saluto in cinese.

Roma ha organizzato tour e festeggiamenti con l’implicito scopo di aiutare la “fusione” delle due culture e, perché no, dei rispettivi commerci.

Ma tutto questo sforzo viene vanificato dalla mancanza di turisti nipponici.

Non c’è allegria nella Capitale perché piovono a raffica le disdette e tutto l’impianto festaiolo e di scambio si sta rivelando un doloroso flop.

Gli enti preposti calcolano che nel mare magnum delle disdette 1 su 3 venga dalla Cina.

E’ un duro colpo per la nostra Città già messa in ginocchio dalla crisi interna e dagli strascichi del Covid che hanno modificato tutto e tutti.

Il cliente cinese, che sia di piazza Vittorio o turista, è sempre stato uno dei più forti alleati del commercio capitolino ma, ora a ben vedere è come se fossero spariti praticamente tutti.

Si è ridotta, e di molto, anche la tipica prassi del “mini buyer” che tanto portava nelle casse di molti negozi.

Sembra quasi che un filo di seta si sia improvvisamente e inspiegabilmente interrotto e non solo a causa del Covid.

Gli albergatori piangono e piangono bar e ristoranti, le botticelle e tanti marchi di moda.

Peccato perché Roma aveva investito e sperato e non meritava certo un’altra debacle così pesante.

Questa tigre non si dimostra, finora nè coraggiosa nè determinata.

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