Abitare nel centro di Roma, per fortuna o per forza maggiore, significa vederla cambiare pelle di giorno in giorno e non in meglio, nel senso che è chiarissima la percezione di quanto le alterne giunte lo penalizzino e l’abbiano costantemente penalizzato.
Aumentano a dismisura attività dedicate al turismo mordi e fuggi, la gara fra gli hotel a 5 stelle non ha più freni e mentre alcune vie sono prese d’assalto, chi vive nel cuore della Città fa una fatica immane a trovare una frutteria o un panettiere. Il centro si riempie di visitatori che a sera se ne vanno e intanto su quegli stessi marciapiedi muoiono tutti quei servizi essenziali per una “sopravvivenza” dignitosa.
Ci sono i supermercatini, vero, ma è altrettanto vero che la qualità, soprattutto di frutta e verdura, rasenta l’immangiabile. C’erano i mercati di via Cola di Rienzo e di piazza dell’Unità, fari nella notte alimentare, ma sono temporaneamente chiusi e senza indicazioni su la riapertura. In più tutti i banchetti di cibarie sono spariti, ma mi chiedo se sia davvero tutta colpa della Bolkenstein perché, ad esempio, i banchi di abbigliamento restano come cementati al loro posto.
Ma non solo nel Tridente la vita è dura perché anche in altri quartieri più decentrati la desertificazione commerciale è grave. Trastevere, Prati, Pigneto, Tor Pignattara, San Lorenzo, Esquilino vivono alla ricerca dell’ultimo negozio sopravvissuto.
Pensate che Su TikTok il discorso è spesso: spariscono fruttivendoli veri, chiudono botteghe familiari, restano mini market h24, quartieri sempre più turistici; tutto in una sequenza tanto logica quanto deprimente.
I mercati rionali sarebbero anche una valida alternativa, ma per chi lavora o abita distante l’approvvigionamento non è nemmeno da prendere in considerazione, anche Campo de’ Fiori era un salotto dove far la spesa, ma persino qui i banchi storici e validi sono stati sostituiti da bancarelle di cianfrusaglie, spezie che non hanno mai traversato un oceano e abbigliamento che l’oceano l’ha bellamente varcato.
Lo stesso dissolvimento vale per: fornerie, macellerie, pescherie e pizzicherie senza mettere in conto altre categorie commerciali di cui si son perse completamente le tracce.
Le amministrazioni locali non salvano i classici alimentari forse per ragioni burocratiche e i negozi di vicinato chiudono perché soffocati da tassazioni illogiche e da concorrenze insostenibili e alla fine, dato che i conti cittadini devono tornare: meglio prendere sostanziose IMU e TARI dalla grande distribuzione che sostenere il commercio locale. Una scelta disgraziata che a cascata colpisce tutto e tutti, dal piacere di una sana alimentazione, alla penalizzazione di un’agricoltura sempre più al collasso.
Saranno pure cambiate anche le nostre abitudini relative al cibo, ma finché avremo ancora il senso del gusto e dell’olfatto, intervenite oh dei dell’Olimpo politico/gestionale o voi nutrizionisti seri o voi influencer affinché gli umani di città possano avere a disposizione un cespo di insalata, un pomodoro o una pesca non nate già imbustate