Ristoranti e cibi trabocchetto per i turisti a Roma

Il Washington Post pubblica un articolo devastante sui ristoranti turistici. Ormai è sotto gli occhi di tutti come questi posti danneggino l'immagine della cucina italiana e che, vista la corsa al tavolino h 24 servano esclusivamente cibi surgelati che non hanno mai visto una pentola

Non era necessario che il Washington Post svelasse in quali e quante fregature alimentari possono incorrere i visitatori che a Roma decidono di fermarsi per consumare un pasto.

Via della Croce, via delle Carrozze, o il Pantheon e tante altre strade del centro o attorno ai punti di interesse turistico sono state, da tempo, trasformate in imbuti invasi da tavoli, menù giganti e “acchiappini” che senza vergogna ti spingono a sederti, senza contare il traffico ininterrotto che ti sfiora regalando al tuo piatto quel particolare saporino di gas di scarico.

L’offerta dei menù è talmente illimitata e varia che supera l’incredibile, ma nemmeno questa basica considerazione riesce a insospettire i viaggiatori affamati che ordinano, perlopiù, sempre le stesse cose: pizza, carbonara, matriciana, cacio e pepe accompagnate da un beverone zeppo di ghiaccio che credono essere uno spritz.

E’ degli ultimi giorni la favola amara delle “nonne della pasta”, su cui hanno puntato due catene di cibarie, che hanno messo in vetrina delle anzianotte molto credibili, sorridenti e abbigliate  correttamente che impastano a ciclo continuo e realizzano fettuccine, lasagne e pochi altri formati di pasta. L’impatto visivo ed emotivo è più che seduttivo e convincente tanto da risucchiare il turista certo di gustare qualcosa di speciale e homemade. Un’operazione di marketing da 10 e lode, ma anche un bel trappolone per chi è abituato a mangiare spaghetti in barattolo.

Ormai nella Capitale si può mangiare h 24 che, se da un lato può essere un segno di adeguamento a fusi orari diversi e ad abitudini diverse, in realtà nasconde l’uso e l’abuso di cibi surgelati pronti per essere riscaldati e serviti.

Eppure la cucina Romana sa essere davvero valida, ma per rendersene conto bisogna girare al largo da quei locali che già al primo sguardo ti danno l’idea della comitiva sbattuta lì per caso o per accordi sottobanco. File sconfinate di persone sotto il solleone non sono mai un buon segno, ne’ quando si tratta di panini di varia composizione, ne’ quando si tratta di gelati chiaramente artefatti.

Chi viene da lontano è spesso abituato ad una cucina italian sounding che invece di trasmettere i veri sapori e abbinamenti dei nostri piatti mette in tavola delle brutte e false imitazioni dei prodotti nostrani; un giro questo da decine di miliardi di euro che causa enormi perdite economiche a tutta la filiera italiana e all’immagine della tipicità della nostra cucina.

Il business di questi sfamatoi sta nel beccare il cliente al volo e non certo quello di fidelizzarlo dato che difficilmente tornerà.

A questo punto meglio un locale senza un turn over infernale, con un menù selezionato nel numero delle proposte, con una cucina possibilmente a vista e un servizio che tiene conto dei ritmi di preparazione. Anche in questo caso vige la regola aurea “less is more”

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