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Dogman, la recensione del capolavoro di Matteo Garrone

Presentato oggi in concorso a Cannes, ispirato alla storia del Canaro della Magliana. Vi spieghiamo perché è il suo film migliore

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di Chiara Laganà | 2018-05-20 17/05/2018 ore 14:05
(ultimo aggiornamento il 20 Maggio 2018 alle ore 10:24)

Una scena tratta da Dogman, il film di Matteo Garrone ispirato al Canaro © Greta De Lazzaris

Dogman è da oggi in sala ed è il nono film del regista Matteo Garrone. Ispirato alla storia di cronaca del Canaro, Dogman è probabilmente il suo capolavoro ed è il migliore dei nove film da lui diretti. I fatti di cronaca servono solo da spunto creativo. 

Dogman è la storia di un uomo mite, Marcello, che gestisce una toletta per cani in una periferia senza nome (il film è stato girato nelle stesse location di Gomorra e L’Imbalsamatore a Castel Volturno), un quartiere abbandonato e decadente accanto a un ComproOro, a un bar con biliardi e slot machine. Lì dove i bambini giocano su giostre arrugginite fra lo spaccio di una dose di cocaina e l’altra. 

Marcello arrotonda spacciando qualche dose al bullo del quartiere, Simone ed è l’unico a trattarlo con pazienza e amore. Lo stesso amore e la stessa cura che mette in ogni toletta o in ogni sguardo e carezza alla sua amata Alida, la figlioletta che passa spesso del tempo con lui e vive nello stesso quartiere. 

Simone terrorizza tutti gli abitanti del quartiere con i suoi atti violenti ed eppure Marcello si dimostra gentile e amorevole con lui. Quando un giorno l’energumeno decide di rapinare il dirimpettaio ComproOro facendo un buco nel negozio di Marcello, il tolettatore prima si ribella (“Qui la gente mi vuole bene”) e poi vittima della violenza di Simone finirà per esserne complice. 

La sua straordinaria umanità non l’abbandona neanche dopo un anno di carcere e neanche quando compie il più brutale dei gesti. Dogman deve molto anche ai due protagonisti principali, ugualmente eccezionali: il calabrese Marcello Fonte nei panni del docile Marcello ed Edoardo Pesce nei panni del brutale e mostruoso Simone. 

Come spesso accade nel cinema di Garrone, i due fisici degli attori “entrano” in parte: il volto e gli occhi di Fonte e la possanza fisica di Pesce. Nelle note di regia, il regista romano ha sottolineato come l’incontro con Marcello Fonte sia stato fondamentale:

“La sua dolcezza e il suo volto antico, che sembra arrivare da un’Italia che sta scomparendo, hanno contribuito in modo decisivo a chiarire dentro di me come affrontare una materia così cupa, che per anni mi aveva attratto e insieme respinto. E il personaggio che volevo raccontare: un uomo che, nel tentativo di riscattarsi dopo una vita di umiliazioni, si illude di aver liberato non solo se stesso, ma anche il proprio quartiere e forse persino il mondo che invece rimane sempre uguale, e quasi indifferente”. 

Il riscatto dell’uomo mite Marcello è al centro di questo toccante e straordinario film, non la sua vendetta violenta o sanguinolenta. La sua lotta riprende quella biblica fra Davide e Golia, tutto sotto lo sguardo di un gruppo di cani testimoni della violenza umana, violenza di cui siamo, dunque, tutti capaci.

Chi si aspettava un film violento e sanguinolento rimarrà deluso, Dogman dà più spazio alla violenza psicologica che a quella fisica ed è un film diverso dove a farla da protagonista sono le carezze ai cani o gli abbracci di un padre a una figlia. 

Dogman vi aspetta al cinema, una co-produzione italo-francese, distribuito da 01 Distribution.

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A proposito dell'autore

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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