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Il Primo Re, la leggenda di Romolo e Remo arriva al cinema

Mega-produzione diretta da Matteo Rovere con Alessandro Borghi e Alessio Lapice, nel ruolo dei due fratelli che fondarono Roma. In sala il 31 gennaio

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di Chiara Laganà | 2019-01-24 24/01/2019 ore 18:30

Alessandro Borghi è il protagonista del film Il Primo Re insieme ad Alessio Lapice

Il Primo Re, il film di Matteo Rovere che ripercorre la leggenda di Romolo e Remo, arriva al cinema il 31 gennaio. Una mega-produzione italiana per raccontare la nascita di Roma che ha per protagonisti Alessandro Borghi e Alessio Lapice e che è stata girata in proto-latino, una lingua “ideata” ad hoc per il film.

Nell’ottavo secolo a.C., Romolo e Remo sfidano popoli e il volere di Dio per ritrovare un po’ di “pace” e dal loro sangue nascerà Roma, capitale dell’impero più grande mai fondato. Un ambiziosissimo progetto diretto e prodotto da Matteo Rovere, in coppia con Andrea Paris di Groenlandia, un film atipico nel genere e nella realizzazione, com’è venuta l’idea a Matteo Rovere?

“Non ricordo il momento in cui ci ho pensato, l’idea nasce con Andrea e gli sceneggiatori dalla volontà di cercare una storia che avesse un sedimento nella nostra cultura e nel nostro passato e fornisse l’occasione per fare un racconto fortemente cinematografico con tante chiavi di lettura ed elementi action. Qualcosa che non viene fatto spesso in Italia, anche se come dissi ai tempi di Veloce come il vento si faceva in passato. Si usa il genere per parlare del presente, ma senza essere per forza un film italiano, resta italiano nelle maestranze e per le costruzioni produttive fatte dal nostro Paese. Spero che possa servire al rinnovamento della nostra cinematografia: esiste un pubblico che vuole vedere storie diverse”.

Girato in Italia, Ungheria e Colombia e in particolare nei Monti Lucretili, Simbruni e nella valle dell’Aniene per Il Primo Re la ricostruzione storica è stata curata da esperti degli atenei romani e un gruppo di semiologi della Sapienza ha costruito una lingua ad hoc, il proto-latino, parlato dagli attori nel film. Anche il “non parlato” gioca un ruolo fondamentale, come spiegano Alessandro Borghi e Alessio Lapice. 

“È stato più complicato pensare di farlo che farlo – spiega Borghi – ho avuto una sana paura all’inizio quando Matteo mi ha chiamato e mi ha detto del proto-latino, gli ho risposto: Sì, vabbè! Leggendo la sceneggiatura ho capito che avrei fatto una figuraccia, sono servite molto le registrazioni delle battute del film per assimilarlo”. 

Borghi ha citato due ricordi delle lunghe riprese (estive) del film, quando preparava un lungo monologo a Venezia per Sulla mia pelle:

“Stavamo girando dei combattimenti e Matteo mi chiede di imparare un monologo. Era il periodo di Venezia, correvo sulla spiaggia con qualcuno che mi parlava in proto-latino! Era la scena dopo l’alluvione, nelle gabbie con Alessio, e mi è venuto un dubbio: se annuivano per dire sì. Ci siamo confrontati con Alessio e Matteo. Il finale del film abbiamo deciso di chiuderlo così: Remo s’immola per far proseguire la storia a Romolo. Rovere è matto! Sa tutto, te l’argomenta in modo tecnico-didattico, ma serve perché agisce su di noi. Adesso non posso immaginare di recitarlo in un’altra lingua”.

Difficoltà sul set anche per Alessio Lapice che interpreta egregiamente Romolo, il primo re di Roma:

“Ho lavorato un mese al monologo finale e un giorno Matteo mi dice: l’ho riscritto, lo facciamo daccapo. Ero preoccupato, ma Matteo era sereno e aveva tutto il film sulle spalle e ci ha aiutato avere sul set qualcuno così preparato perché ci siamo concentrati sulla recitazione e sul linguaggio del corpo. Romolo fa fatica a parlare, ma il silenzio urla tanto. Sul copione c’era la versione italiana e quella in proto-latino, ma sul set le immagini e tutto il resto ci hanno aiutato a entrare in un mondo diverso”.

Quello che è riuscito a portare sul grande schermo Rovere è un racconto epico, preciso in ogni singolo dettaglio, come lo definisce Lapice  “un prototipo”:

“Abbiamo visto qualcosa di nuovo, un prototipo, ha aiutato noi e chi lo vede a vedere qualcosa di immaginario. Il mito non esiste, l’immaginazione è personale, ma ricrearla è difficile”. 

Il giovane attore napoletano ha raccontato – confermato da Borghi – la fame che gli attori hanno passato sul set:

“Giravamo la scena delle gabbie col pane e avevamo fame: allo stop stavamo ancora mangiando. Abbiamo vissuto momenti forti e coinvolgenti”.

La sceneggiatrice Francesca Manieri – insieme a Rovere e a Filippo Gravina – ha spiegato l’uso del non parlato del film:

“È come se avessimo adattato quello che hanno scritto Plutarco, Tito Livio, abbiamo avuto a che fare con un archetipo e questo vuol dire parlare di modernità. Così la parola va in sottrazione e si dà più spazio al silenzio e alla comunicazione non verbale e passano concetti enormi: l’uomo e la natura, l’arbitrio e il destino e il tema occulto della nascita dell’Occidente. Al centro del film c’è anche il rapporto con un Dio inarrivabile, ci si confronta con il suo silenzio, per questo abbiamo scelto una lingua aguzza e ruvida. Con questo film, lanciamo una scommessa e una cinematografia che non scommette muore, qui c’è vita”.

Filippo Gravini, l’altro co-sceneggiatore, ha invece parlato di più sulla fratellanza, uno dei pilastri de Il Primo Re:

“Il rapporto di fratellanza è quello che mi ha interessato di più, è primario fra esseri umani. Abbiamo avuto riferimenti insospettabili come Rocco e i suoi fratelli per lo stimolo agli altri fratelli: Rocco è Remo. Anche Toro Scatenato, dove uno dei due fratelli ha un processo degenerativo, nasce spesso da un demone interno, nel nostro caso abbiamo avuto un’occasione: il demone è fuori, si chiama Dio e questo porta nel film un conflitto alto e definitivo con la divinità”. 

Anche per Alessandro Borghi il film è una storia d’amore fra fratelli alle prese con le difficoltà della vita:

“Ho sempre pensato che il film fosse una storia d’amore tra due fratelli che cercano di sopravvivere in questo mondo complicato e vengon travolti fisicamente da un evento che li costringe ad avere a che fare con delle scelte che li porta a essere diversi: è l’accettazione del destino”. 

Le difficoltà però ci sono state anche sul set, come racconta l’attore:

“Per tre mesi la sveglia è stata prestissimo alle 5:10, nei camper trucco ci sono stati morti e resurrezioni. Sapevi che andavi incontro al freddo, ma il peggio era la pioggia, ma alla fine abbiamo abolito la legge di Murphy, tant’è che abbiamo usato quella artificiale. Il freddo passa quando si vive la sensazione di magia meravigliosa che ti dà il cinema. Matteo ci ha fatto correre 400m a piedi nudi nel bosco, guardo Alessio e gli dico: Moriamo, poi ti dicono azione e ti dimentichi di tutto”.

Quello de Il Primo Re è stato un set fortunato, considerato che è stato girato quasi tutto in esterni:

“Il tempo ci ha assistito, le difficoltà sono state altre: è stato complesso, per la nostra industria, fare un film del genere, ma tutti hanno imparato a gestire le avversità. In Italia siamo abituati alla tecnica cinematografica che si mette a servizio dell’estetica. Ognuno ha usato il mondo esterno come qualcosa di plastico: un pennello per la propria pittura. Il cinema a cui siamo abituati usa elementi tecnici e luce, qui la natura domina e la finzione è stata costruita su questo. Una fatica girarlo, ma passa tutto di fronte all’elemento finito”.

La fine del film è nota a tutti, Romolo fondò Roma nel 753 a.C. accogliendo tutti, ma senza dimenticare il sacrificio di Remo. La Roma di allora era migliore di quella di oggi per il regista e il cast del film. Rovere spera anche che il film per via dei suoi temi non causi polemiche:

“Nel mito il dualismo fra fratelli è più freddo, nel film salvare il fratello ha un senso molto più ampio. Dio è il villain, nel finale Romolo sottolinea il sacrificio di Remo. Questo va a costruire la patria, di cui non hanno nessuna cognizione, si difendono dalla natura e dall’inconoscibile. L’impero viene letto in chiave emotiva: nasce un concetto primitivo di politica, ma non mi piace dare letture del film”.

Romolo – come viene dipinto nel film – accoglie esuli e derelitti, ma anche per la sceneggiatrice Manieri il discorso non deve scivolare nella politica:

“Romolo ha messo insieme agli esuli e i derelit

ti il più grande impero di tutti i tempi, ma il film si fonda sul concetto di comunità vs patria, la comunità vista come cum-munus, si sta insieme per aggregarsi. La divinità è un polo questionante, Romolo è agostiniano, ha un rapporto con Dio interrogativo. Tutti sono messi in discussione, l’Occidente si ritrova con alcuni interrogativi che elude a causa degli spettri”.

Una scommessa interessantissima per il cinema italiano, realizzata con estrema cura da un giovane regista italiano con combattimenti sporchi, violenti e fortemente reali anche se il film è basato su leggende e racconti.

 

Il Primo Re, la storia leggendaria della nascita di Roma vi aspetta al cinema il 31 gennaio, prodotto da Rai Cinema con Groenlandia e distribuito da 01 Distribution.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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