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La paranza dei bambini, presentato il film italiano in concorso alla Berlinale

Ispirato al romanzo omonimo e a una storia vera, da Berlino il regista Claudio Giovannesi, Roberto Saviano e i giovani protagonisti. In sala il 13 febbraio

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di Chiara Laganà | 2019-02-13 12/02/2019 ore 18:49
(ultimo aggiornamento il 13 Febbraio 2019 alle ore 1:00)

La paranza dei bambini, unico film italiano in concorso a Berlino da domanbi in sala ©Palomar2018

A Berlino oggi è il giorno de La paranza dei bambini, il film di Claudio Giovannesi unico italiano in Concorso alla Berlinale. Tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. A presentarlo alla 69esima edizione del Festival di Berlino il regista, il giornalista e i suoi giovanissimi protagonisti Francesco Di Napoli, Ar Tem, Viviana Aprea. Il film è stato accolto fra gli applausi della stampa e ha emozionato il pubblico e i giornalisti presenti alla Berlinale.

Al centro del film un gruppo di sei 16enni di un quartiere di Napoli – Nicola, Lollilop, Tyson, Biscottino, O’Russ e Briatò – che sognano soldi, vestiti firmati e motorini nuovi di zecca. Per realizzare i propri sogni diventano una paranza: vivono come una famiglia senza aver paura di finire in carcere o morti sotto i colpi di proiettile. 

I sei protagonisti vivono e vengono dal rione Sanità, quartiere centralissimo di Napoli, dove è stato girato il film:

“Questo film è ambientato nel centro storico di Napoli che ha identità popolare molto diverso da altre città italiane, è lo stesso quartiere usato da Vittorio De Sica (ne L’Oro di Napoli, ndr), avevamo questi punti di riferimento, ma volevamo fare un film sull’adolescenza, non sulla sociologia del crimine a Napoli, volevamo parlare di questo e in un certo senso del crimine”.

La paranza dei bambini è ispirato all’omonimo romanzo di Roberto Saviano che ha curato la sceneggiatura con Giovannesi e Braucci:

“Napoli ha tutte le facce e le contraddizioni, in qualche modo questo film vuole raccontare non Napoli nel mondo, ma il mondo attraverso Napoli. Si tratta di un luogo dove c’è un grado altissimo di abbandono scolastico, moltissimi bambini non vanno a scuola, fra i più alti di tutto il mondo occidentale. È un territorio dove per raggiungere la propria realizzazione si usa la scorciatoia della pistola, questo ci ha permesso di entrare in strada e di essere coinvolti in questo mondo di Napoli, questo dice molto non solo di Napoli, ma di tutto il mondo”.

La violenza al centro del film, ispirato a una storia vera, è reale come spiega il regista: 

“Il film si muove su un binomio fra gioco e guerra: si apre con un gioco, quello dell’albero Natale e poi arrivano le armi che sembrano un gioco. Era molto importante per me girare il film con questi elementi, c’è la purezza e l’innocenza del gioco con le armi che si mischiano con qualcosa di irreversibile, nel corso del film il gioco diventa guerra, diventa una scelta che è irreversibile, dalla quale non si può tornare indietro”.

Il protagonista del film, il capo della paranza del titolo, è interpretato dall’esordiente Francesco Di Napoli:

“Questa è l’unica scelta possibile per i questi ragazzi, la pistola gli apre tutte le porte: soldi, auto e ragazze. Questa è la loro mentalità”.

La storia nel libro dell’autore di Gomorra è quella di una paranza, un termine dello slang camorristico prestato dal gergo del mondo della pesca dove rappresenta un gruppo di pesci di piccole dimensioni che attratti dalle luci delle lampare restano intrappolati nelle reti dei pescatori:

“È ovviamente ispirato alla realtà, le paranze sono gruppi di ragazzini che hanno occupato un vuoto di potere. Per la prima volta nella storia del crimine a livello internazionale, i ragazzini arrivano alla testa dei gruppi criminali. È la prima volta che ne sono i capi: un caso unico nella storia. Ci siamo ispirati alla storia vera, ma nel film abbiamo dato spazio alle loro emozioni: cosa si prova ad avere 15 anni e a maneggiare migliaia di euro a settimana avendo la consapevolezza che morirai. Le paranze si trovano in Bulgaria, Albania, Sud America e Sud Africa e stanno cambiando uno dei percorsi umani: si torna a morire come nel Medioevo; a 12, 15 e 19 anni e arrivano a 20 anni pensando di aver vissuto molto, questo succede a chi sceglie il crimine come vita in molte parti del mondo”.

Francesco Di Napoli conosce queste realtà e ha ammesso di avere imitato alcuni di questi comportamenti dei ragazzi del rione Traiano o Fuorigrotta. Comportamenti raccontati da Roberto Saviano, il giornalista che vive sotto scorta nel 2006, scorta che il ministro Salvini aveva minacciato di togliergli:

“Non dipende da me, quello che sta succedendo in Italia è molto grave: hanno minacciato di togliere la protezione a un altro giornalista: Sandro Ruotolo. Io e altri ci siamo impegnati per ridargliela, in Italia la situazione politica è molto seria e al di là della mia sicurezza, avere una scorta non è un privilegio è un dramma”. 

Il giornalista cita le morti della maltese Daphne Caruana Galizia e di Ján Kuciak e il fatto che l’Europa non è più un paese sicuro per chi scrive:

“Ci sono moltissimi giornalisti sotto protezione in Italia e molti sono stati uccisi in Europa. L’Europa non è un posto sicuro per chi scrive, al di là di questo sono sereno e continuo la mia attività e non mi farò intimidire da queste minacce che il ministro degli Interni sistematicamente fa. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che indossa continuamente la divisa, l’unico politico occidentale a indossare la divisa della Polizia , anche in occasioni non politiche, questo è un attacco alla democrazia, ma ne parlerò in un’altra sede”.

Claudio Giovannesi ha co-scritto la sceneggiatura ispirandosi al libro, ma per il regista il suo non è un film educativo:

“Un film non deve essere pedagogico, l’educazione spetta a scuola e a famiglia. Quando faccio un film non voglio educare, ma voglio mostrare la l’umanità dei protagonisti. Non giudico i ragazzi, il rapporto che si crea è empatico, cerco la loro umanità. C’è anche un valore politico in questo, provo a focalizzarmi sulla realtà e sulla loro natura umana. Sono partito dal romanzo di Roberto, ma noi tre e i produttori volevamo concentrarci sulla perdita d’innocenza. Parlare di questo, per noi, è la chiave del romanzo: l’incoscienza confrontata con la ferocia della loro violenza”. 

Sembra che il destino dei ragazzi sia scritto, la stampa internazionale si chiede se il sogno di ogni ragazzo di Napoli sia quello di entrare in una paranza, nulla di più sbagliato:

“Non tutti la scelgono, sono cresciuto in un quartiere del genere – spiega Francesco – non c’è un’altra via d’uscita. Nicola diventa criminale per fare del bene facendo il male, questo spiega l’innocenza di tutto, non sanno le conseguenze dei loro gesti”.

“Sono dei ragazzi particolari – aggiunge lo sceneggiatore Maurizio Barcucci – sono abbandonati dalle istituzioni e ‘valorizzati’ solo dalle mafie. Non sono raggiunti da lavoro, scuola e formazione, sono i ragazzi più vulnerabili e la criminalità pesca lì questi giovani. Se parliamo di abitudine alla violenza, immaginate cosa riescono a fare la povertà e l’ignoranza, vorrei porre a questo che appartiene a tutto il Sud del  mondo”.

Per rompere questa catena di violenza, c’è una soluzione per questi ragazzi e la società:

“L’alternativa è avere sogno – risponde Ar Tem – se i ragazzi ce l’avessero, lotterebbero per qualcosa. Mettere il cuore in qualcosa ti dà un’alternativa, ti dà strade differenti da percorrere per poter crescere”. 

“Devono credere in qualcosa – aggiunge la protagonista femminile del film Viviana Aprea – devono avere degli hobby qualcosa che l’interessi e li appassioni senza seguire le altre strade”. 

“I ragazzi hanno dato spazio alla loro individualità – risponde Saviano – non si fa più l’affidamento sulla politica, dobbiamo scegliere noi quella strada. Vent’anni fa la politica ci avrebbe pensato, ma oggi non c’è alcuna speranza. Al Sud la disoccupazione ha dei livelli altissimi, l’unica soluzione è lasciare il Paese: ogni anno il numero di abitanti di una città come Verona lascia il Meridione. Questi segnali mostrano la fine della speranza, i ragazzi hanno parlato di sogni senza essere romantici o superficiali perché significa essere felici, chi entra nelle paranze non è felice: può durare un paio di anni. Vi do un dato: se investi 1000 euro in cocaina, dopo un anno hai 182mila euro, se investi 5mila euro puoi avere un milione d’euro in un anno. Qualsiasi ragazzo che diventa un criminale svolta la sua vita, prima ancora di arrivare alla coca puoi morire o essere arrestato, se si crede in un sogno diventa la reale e la scorciatoia viene dal narcotraffico”.

Idealizzati come se fossero dei calciatori (l’unica ragazza del film s’innamora del protagonista perché “affascinata” da quello che potrebbe diventare), i giovani protagonisti si sostituiscono ai loro genitori:

“Questi ragazzini – spiega Saviano – hanno sulle spalle le loro famiglie, i genitori perdono autorità, hanno perso la speranza. Questi ragazzi usano la pistola come se fosse la lampada di Aladino, la strofini e puoi ottienere tutto, ma il costo da pagare è la tua vita”.

La paranza dei bambini potrà cambiare la vita dei giovanissimi protagonisti del film e delle loro famiglie: non seguiranno le orme dei ragazzi al centro del film. C’è chi giura che non cambieranno dopo il film e chi altro ha inseguito e realizzato il proprio sogno.

Un film su un gruppo di giovani “condannati inconsapevoli” come li definisce il produttore Carlo degli Esposti e realizzato e che “rappresenta il meglio dell’Italia, un’Italia che crede nel futuro”, conclude l’altro produttore Nicola Maccanico.

La paranza dei bambini vi aspetta al cinema da domani distribuito da Vision Distribution che l’ha anche prodotto con Palomar in collaborazione con Sky Cinema e Tim Vision.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

© 2Media Srls - 2media@pec.it
Il Sito è iscritto nel Registro della Stampa del Tribunale di Roma n.10/2014 del 13/02/2014
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