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C’è Tempo, Walter Veltroni presenta il suo “luminoso” film

Un omaggio al cinema con Stefano Fresi, Simona Molinari e i giovani Giovanni Fuoco e Francesca Zezza. In sala il 7 marzo

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di Chiara Laganà | 2019-03-4 4/03/2019 ore 17:30

Walter Veltroni con i due protagonisti di C'è domani Stefano Fresi e Giovanni Fuoco © Chico De Luigi

C’è Tempo è il nuovo film di Walter Veltroni e racconta l’incontro fra due fratelli diversi interpretati da Stefano Fresi e da Giovanni Fuoco. Il film, il primo di finzione per il regista, sarà in sala il 7 marzo, completano il cast la cantante jazz Simona Molinari e la giovanissima Francesca Frezza. 

Giovanni ha 13 anni e scopre che entrambi i suoi genitori sono morti, uccisi dal monossido di carbonio. Ama i film di Truffaut e il cinema ed è un tifoso della Juventus, scopre di avere un fratello Stefano che è la sua antitesi. Stefano vive a Viganella, la città dello specchio, ed è un esperto di arcobaleni per il CNR. Alla morte dei genitori di Giovanni, lui è il suo tutore legale. 

I due fratelli diversi partono per un viaggio da Roma all’Emilia-Romagna che li fa scoprire e sulle orme di luoghi e sensazioni che sono entrate nella storia del cinema. 

“L’idea del viaggio in auto – spiega Walter Veltroni – è nata grazie a Stefano Fresi che mi ha mostrato la foto della Volkswagen usata poi nel film. L’incontro fra la solitudine più grande della sua età del 13enne Giovanni e del meraviglioso caos di Stefano è al centro del film, due anime costrette a convivere che s’incontrano e si scoprono durante questo viaggio. Il tema dell’incontro, della meraviglia dell’incontro per me l’immagine dell’arcobaleno è questa”. 

Il personaggio di Stefano va a caccia di arcobaleni per lavoro e Veltroni voleva portare sullo schermo un film pieno di luce, di luci diverse simile a un arcobaleno:

“L’incontro di due diversità era il mio obiettivo, una differenza di linguaggi e anche nei colori del film, caldi e solari, volevo dare una carica di speranza. Volevo che entrasse luce da tutte le parti, viviamo epoche buie e abbiamo bisogno di luce e l’incontro fra loro due è luce”.

Curiosamente il film si apre nella città “senza luce” Viganella, un comune di Verbania che resta per 83 giorni all’anno nell’ombra. Qui il sindaco, ispirandosi a Topolino, ha costruito un enorme specchio per fare in modo che la piazza del paese venisse illuminata. 

C’è Tempo è un film ricchissimo di riferimenti e omaggi al cinema amato dagli appassionati e dallo stesso Veltroni. Giovanni ha in camera il poster de I 400 Colpi, il capolavoro che lanciò François Truffaut, e s’identifica con il suo personaggio Antoine Doinel. 

In un’altra bellissima scena Giovanni e gli altri rivedono una scena di Novecento di Bernardo Bertolucci nel luogo dove fu girato (la fattoria del film è a Corte delle Piacentine a Roncole Verdi di Busseto in provincia di Parma), ma gli omaggi e i riferimenti al cinema nel film sono più di 50:

“La padella è quella di Cecchino de La Grande Guerra, l’elmo è di Brancaleone alle Crociate, il notaio si chiama Lolotta perché è un nome di Zavattini e Cortona perché è il cognome di Bruno ne Il Sorpasso. I nomi dei relatori della conferenza sono personaggi del cinema italiano, c’è Ettore Scola, la Corte degli Angeli, l’albergo di Parma dove è stato girato Prima della Rivoluzione, c’è Jean-Pierre Léaud. C’è Laura Ephrikian, protagonista di un bellissimo genere di cinema italiano a cui siamo legati”. 

Gli omaggi non finiscono qui e Veltroni li ha voluti inserire come una sorta di ringraziamento ai film e ai nomi che gli hanno fatto amare il cinema:

“C’è anche la pistola rossa di Dillinger è morto di Marco Ferreri, un regista dimenticato che ho voluto ringraziare. La gratitudine non è trendy, non costava nulla e l’ho fatto, quel cinema è stato importante e qualcuno doveva pur farlo”.

A interpretare C’è Tempo, Stefano Fresi, impegnato anche sul set de Il nome della rosa, per la prima volta protagonista al cinema:

“L’ho costruito con Walter cercando di far vedere quanto lui sia simile all’arcobaleno, lui ha una serie di colori insieme: è burbero, è uno scienziato, ma è anche romantico. Come l’arcobaleno, ha un arco di trasformazione”. 

Al debutto al cinema anche Simona Molinari, la cantante jazz che interpreta Simona:

“Ringrazio Walter per aver creduto in me prima di me, è stato bello, una cosa assolutamente nuova, ho dovuto togliere delle parti di pudore a cui sono legata”.

Giovanni Fuoco interpreta il 14enne Giovanni, alter ego di Walter Veltroni:

“Ho smesso di essere bambino, si è staccata una parte di me e si è messa dentro di me. Ringrazio Walter, non penso di essere stato all’altezza ho fatto quello che potevo, mi sono impegnato, ho fatto quello che volevo fare, ho scoperto di poter e voler fare questo in seguito”. 

Per interpretarlo Fuoco ha dovuto studiare alcuni capolavori della storia del cinema e divide la scena con l’altra esordiente Francesca Zezza che, al suo contrario, non smetterà mai di essere bambini. Il film è anche riuscito a rilanciare sul mercato un gelato che era fuori produzione e che è un simbolo di un’epoca, l’Arcobaleno dell’Algida che tornerà sul mercato quest’estate. 

L’operazione nostalgia è anche legata al Super Santos, oggetto di culto per intere generazioni:

“È una citazione di una poesia di Dylan Thomas (Should Lanterns Shine, ndr), la palla lanciata che non è mai scesa è una metafora della vita e la traiettoria del pallone riprende quella della vita di Giovanni. Ho anche fatto altre due citazioni letterarie nel film: Staccando l’ombra da terra di Daniele Del Giudice e Passami il sale di Clara Serena”.

A chi critica il film per l’eccesso di buonismo, Veltroni risponde che mai come prima d’ora la nostra società ha bisogno di ritrovare e rivivere le proprie emozioni:

“Se c’è un pericolo in questo paese non è l’eccesso di buoni sentimenti, io sono fatto così, se mi mettessi a fare un film splatter non sarei credibile. In tutto ci si porta dietro quello che si è, i buoni sentimenti sono rivoluzionari: accoglienza, riconoscimento e ascolto dell’altro. Oggi pervadono i  muri, l’insulto, quello che doveva essere normale è quanto di più rivoluzionario”.

C’è Tempo deve il suo titolo a un’omonima canzone di Ivano Fossati e ha un inedito di Lucio Dalla, curiosamente è stato presentato il giorno del compleanno del bolognese e all’indomani delle primarie del PD, partito che Veltroni contribuì a creare:

“Mi fa piacere per il segnale di luce, ho paura del buio e della paura, come diceva Roosevelt, mi ossessiona la perdita di speranza, come se il futuro avesse perso la capacità di realizzarsi. La gioia di chi quel partito che ho fondato, nel voto c’è qualcosa che riguarda la democrazia: è più forte di destra e sinistra, il voto è un fatto positivo”.

Dalla politica, puntualizza Veltroni non si è mai allontanato, pur dedicandosi da anni alla scrittura e al cinema:

“Chi smette di fare politica non smette l’impegno politico, la politica si fa in molti modi, anzi l’impegno civile lo si può fare con ruoli e responsabilità politiche. Non devo tornare perché non sono andato via e dall’impegno civile non andrò via finché non chiudo gli occhi”.

Giovanni e il regista non ha mai smesso di interessarsi all’infanzia perché si sente ancora profondamente bambino:

“Non ho mai smesso di essere Giovanni, mi fanno paura quelli che lo riconoscono. Non si può fare un sindacato dei bambini, i grandi sbagliano perché pensano che i bambini siano fragili o creta da modellare”. 

Giovanni e Walter bambino hanno vissuto un sogno che si realizzava quando nel film appare Jean-Pierre Léaud, Antoine Doinel di François Truffaut, l’alter ego del protagonista e del regista del film:

“Con Giovanni è stato carinissimo, un simbolo di dolcezza, disponibilità, totale assenza di divismo: lui che è Antoine Doinel avrebbe il diritto di camminare a qualche metro da terra. Lui è stato carino, disponibile… anche se è cambiato, ha sempre quella luce lì”.

C’è tempo, il luminoso film di Walter Veltroni vi aspetta al cinema dal 7 marzo, prodotto da Palomar e Vision Distribution.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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