Rom e Sinti: per Raggi ‘’campi inaccettabili’’, ma poi si fa poco e i giovani disertata la scuola

Il problema ritorna dopo l’arresto della madre violenta. Vi abitano circa circa 4000 persone, il Comune non ha cifre ma "sta facendo uno studio"

Campo rom
campo nomadi

Sette campi rom attrezzati e circa 130 micro insediamenti, tra baracche, strade, occupazioni di edifici, dove in totale vivono quasi 4mila persone. C’è chi tenta di costruire un futuro diverso, mettendosi in lista per una casa popolare. E chi vive di espedienti e violenze, come ha drammaticamente ricordato quanto è accaduto al giovane di 11 anni che a luglio ha denunciato la madre per i maltrattamenti con cui è stato costretto a lavorare dovendo rinunciare a frequentare la scuola.

La drammatica storia è trapelata da ambienti investigativi solo mercoledì. La situazione dei rom e dei sinti in città evidenzia, tra l’altro, – scrive ‘’Il Corriere della Sera’’ –  che il tasso di scolarizzazione resta un punto debole nelle politiche di inserimento sociale della comunità. Il Campidoglio non fornisce dati a riguardo ma annuncia un dossier per metà settembre.

Le statistiche raccolte negli scorsi anni dalle associazioni del settore sono a dir poco preoccupanti: emerge infatti da queste indagini che appena il 15% di bambini rom che frequentava regolarmente la scuola dell’infanzia e le elementari, un dato che scendeva addirittura al 5% con l’accesso alle medie.

A dicembre 2020 – riporta “Il Corriere della Sera” – il Campidoglio ha censito 2.652 residenti nei 7 campi attrezzati Salone, La Barbuta, Gordiani, Salviati, Lombroso, Candoni, Castel Romano – sparsi prevalentemente nelle zone più periferiche a ridosso del Gra. Mentre altre 1.400 rom sono stati messi a referto dai vigili all’interno di circa 130 tra micro insediamenti abusivi su terreni, aree golenali e nelle occupazioni di edifici privati ad uso civile e industriale.

Il grande calderone degli “invisibili” della Capitale, che sfugge ai conteggi, ma conduce una vita di marginalità. In base a questi numeri il Comune definisce la popolazione dei campi in diminuzione del 41% rispetto alla rilevazione condotta nel 2017 che contava 4.500 persone quando i villaggi autorizzati erano 9.

E sottolinea che anche i residenti degli accampamenti irregolari (prima erano oltre 170) sono scesi del 35%. L’Associazione 21 Luglio, però, rivede al rialzo il dato sugli abitanti delle baraccopoli di fortuna e parla di almeno 2.000 residenti. Tra le situazioni non autorizzate c’è anche lo stabile occupato da oltre 500 persone in via Melibeo, nelia zona di capannoni industriali di Tor Cervara, dove risiede il ragazzo di 11 anni che ha denunciato la madre.

Lì viveva anche il bimbo di 13 anni morto in una baracca nelle scorse settimane. Di fatto, dunque, il numero complessivo di persone sembrerebbe rimasto simile al 2017 ma ne è cambiata la dislocazione dopo la chiusura negli ultimi anni dei campi River, Monachina, dell’Area F di Castel Romano, la riduzione della Barbuta e la demolizione della baraccopoli in zona Foro Italico.

“È inaccettabile che nel 2021 esistano ancora dei veri e propri ghetti. Quando abbiamo avviato lo sgombero dell’area F a Castel Romano c’erano rifiuti ovunque, container accatastati, condizioni igienico sanitarie pessime”, incalza la sindaca Virginia Raggi. Che aggiunge: “La storia del bimbo rom di 11 anni che ha denunciato la mamma, perché maltrattato e costretto a rubare, ci spinge ancora di più a lavorare nella direzione del superamento dei campi, a breve sarà il turno della Barbuta”. Per la Raggi “Non chiudiamo i campi con le ruspe, ne diamo risposte puramente assistenzialistiche. È l’approccio uno a uno per una progressiva e reale inclusione degli abitanti dei campi”.

La presenza di rom e sinti in città si è ridotta: il censimento del 2009 gestito dalla Prefettura parlava di circa 7mila persone. Ma la loro condizione abitativa e di ghettizzazione sociale non appare mutata. La sindaca rivendica di aver chiuso due campi regolari e altri tollerati. E di aver garantito ad alcune famiglie l’accesso alle case popolari o l’accompagnamento al ritorno nei paesi di origine.

Ma ad ogni sgombero sono seguite polemiche sull’effettiva offerta di una alternativa alloggiativa diversa dalle strutture temporanee. Con nuclei familiari che, una volta sgomberati, talvolta sono finiti a vivere in situazioni di fortuna. Favorendo, tra le altre cose, il rischio di dispersione scolastica.

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