Villa Pamphili, il racconto dei testimoni, “Arianna aveva paura di Kaufmann”

In aula sfilano i testimoni che incrociarono la giovane madre nelle settimane prima della tragedia: sguardi, silenzi e un aiuto mai arrivato

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Uno sguardo che ritorna, identico. Lo sguardo di una ragazza che aveva paura. Era quello di Anastasia Trofimova, secondo il raccondo dei testimoni stamattina durante l’uddienza del processo a Francis Kaufmann, alias Rexal Ford, l’uomo accusato di aver ucciso la compagna di 28 anni e la figlia di pochi mesi Andromeda, trovate senza vita il 7 giugno dello scorso anno a Villa Pamphili.

Davanti ai giudici della procura capitolina, che contesta all’imputato il duplice omicidio aggravato e l’occultamento di cadavere, sono passati in rassegna i giorni che precedettero la tragedia, ricostruiti attraverso gli occhi di chi, per lavoro o per caso, si è trovato a incrociare quella famiglia.

Il primo racconto arriva da un addetto alla sicurezza di un ristorante di piazza Farnese, intervenuto il 21 maggio 2025 dopo la segnalazione di una turista: un uomo ferito alla testa, sanguinante, in evidente stato di ebbrezza, accanto a una donna e una bambina. Quello che colpisce il testimone non è la ferita, ma il volto della giovane: “Aveva la faccia triste di chi ha paura della persona che le stava a fianco, l’ho capito dallo sguardo. Come una persona che ti vuole dire qualcosa ma che non lo può dire”.

Pochi giorni dopo, il 3 giugno, un’altra scena si consuma in un bar del centro, dove Kaufmann era già un volto noto, sempre accompagnato dalla compagna, dalla bambina e da vino o birra. Questa volta è una colluttazione a far precipitare la situazione. Il dipendente del locale ricorda una ragazza “scioccata”, “pietrificata”, incapace di reagire, di parlare, persino di piangere: “Avevo paura che stesse per svenire”. Mentre i presenti chiedevano soccorso, l’uomo intimava di non chiamare nessuno, ordinava alla compagna di restare in silenzio. Il gruppo si allontanò verso via del Corso, dove una pattuglia di polizia, impegnata in un servizio diverso, non poté intervenire.

Un’altra testimone, che aveva assistito a una caduta di Kaufmann in via Giulia il 20 maggio, descrive una dinamica simile: “Sembrava che lei fosse un po’ succube. Sembrava una relazione tossica. Non era felice in quel momento, sembrava un po’ costretta a stare lì”.

C’è poi il racconto di chi frequentava il mercato di San Silverio, su via Gregorio VII, dove la famiglia si recava spesso tra aprile e maggio per mangiare e lavarsi nei bagni pubblici. Qui l’immagine che emerge è diversa, fatta non di paura ma di silenzio: “Tra di loro erano molto distaccati. Non sembravano una coppia unita. Stavano sempre allo stesso tavolino ma non li sentivamo parlare tra loro”.

La prossima udienza, fissata per il 6 ottobre, dovrebbe portare in aula, seppur a distanza, i genitori di Anastasia. Ma sulla loro testimonianza pesa un’incognita: il pubblico ministero Antonio Verdi ha reso noto che dalla Russia non è arrivata alcuna risposta sulla richiesta di collegamento in videoconferenza. Senza quella risposta, si dovrà procedere all’acquisizione dei verbali già raccolti dalla polizia.

A spiegare le difficoltà è l’avvocato Mario Angelelli, che rappresenta la famiglia della vittima: i genitori vivono a Omsk, in Siberia, a cinquemila chilometri da Mosca, e non potrebbero sostenere i costi di un nuovo viaggio in Italia. “Loro ci tenevano a comparire, perché per loro è un dovere morale”, ha raccontato il legale, descrivendo la speranza in una collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi.

Angelelli ha poi commentato quanto emerso in aula: “Si vedeva che c’era il ruolo dominante del Ford e questa povera ragazza costretta a subire, a non poter parlare con le persone, con tutte quelle persone che si interessavano, che vedevano che c’era un pericolo imminente”. Una ragazza, ha concluso, “totalmente succube”, che nonostante gli sguardi preoccupati di chi le stava intorno, non riuscì mai a chiedere aiuto.

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