Legge di bilancio: Con la manovra 2023 Meloni accantona la destra sociale

Rinviate a una seconda fase le promesse elettorali. Insieme alla stretta sul reddito di cittadinanza, la rottamazione delle cartelle, la flat tax fino a 85mila euro e quota 103 per le pensioni gratificano Salvini che non viene però premiato nei sondaggi

La manovra per il 2023 varata dal governo Meloni conferma una semplice verità: i nuovi governi rinviano a una ipotetica fase due le principali promesse elettorali. Anche la maggioranza politica di destra uscita dalle ultime elezioni non si sottrae a questa regola politica. D’altra parte l’asticella delle promesse in campagna elettorale era talmente alta da essere impossibile da superare. 

Gli aggettivi utilizzati dalla premier nel presentare la legge di bilancio sono politicamente comprensibili, la realtà è che la discontinuità promessa non si è vista, sia nella quantità e nella qualità delle misure. La prima manovra della Meloni si muove in stretta continuità con la precedente firmata da Mario Draghi. La conferma è la reazione neutra dei mercati finanziari. 

La manovra movimenta 35 miliardi con qualche trucco contabile e alcuni tagli ben nascosti. All’appello infatti mancano 5-6 miliardi di coperture e quasi 10 miliardi sono in realtà riduzioni di spesa, in particolare negli acquisti della pubblica amministrazione, e nelle retribuzioni dei dipendenti pubblici. La realtà è che alla luce del contesto economico globale con una recessione in arrivo, la manovra Meloni presenta una impostazione restrittiva, in quanto sottrae risorse dal sistema economico. 

 

Caro bollette: nel 2023 servono altri 60 miliardi 

 

Il calcolo è presto fatto. L’extra-deficit da 22 miliardi viene destinato a contrastare il caro bollette, ma la misura copre soltanto il primo trimestre. Per estenderla a tutto il 2023 serviranno altri 60 miliardi, a meno che i prezzi energetici non subiscano una sensibile contrazione che ad oggi non si scorge all’orizzonte. Per dare impulso al sistema economico servirebbero gli investimenti da realizzare con le risorse del Pnrr che per l’anno prossimo dovrebbero sfiorare i 60 miliardi secondo il cronoprogramma. Ma la nuova maggioranza ha contribuito a far decadere la delega per il nuovo codice degli appalti. Salvini ha promesso le nuove norme nelle prossime settimane ma sarà un miracolo per le stazioni appaltanti adeguarsi al nuovo codice nel giro di qualche mese.

Anche la composizione della legge di bilancio non presenta profili di novità. La filosofia dei bonus viene confermata anche se con una diversa articolazione rispetto alle precedenti manovre. Le uniche novità riguardano un allentamento sul fronte del fisco. E’ curioso che la Lega scivoli in basso nei sondaggi, mentre Matteo Salvini è quello che porta a casa il maggior dividendo della manovra. Estensione della flat tax per gli autonomi fino a 85mila euro, innalzamento del contante a 5mila euro, rottamazione cartelle e quota 103 per le pensioni. 

 

Persa l’occasione di detassare i rendimenti dei fondi pensione 

 

Alcuni slogan non si riflettono sulle misure varate. Togliere bonus ai ricchi per destinare risorse ai redditi medio-bassi non risponde al vero. Il taglio del cuneo fiscale è la riproposizione dell’intervento dell’anno scorso, l’aumento di un punto per i redditi fino a 15mila euro è quasi marginale e comunque costa meno rispetto all’ampliamento della flat tax per gli autonomi.

Discorso analogo per le pensioni. La rivalutazione delle minime era vincolante davanti al trend dell’inflazione ma Meloni-Giorgetti hanno dato una stretta agli assegni pensionistici sopra i 2mila euro che si vedranno decurtare la percentuale di indicizzazione. Chi resta al lavoro sarà premiato con un bonus del 9%. Ancora una volta si è persa l’occasione di un intervento sulla previdenza complementare per cancellare l’incomprensibile tassazione dei rendimenti dei fondi pensione che esiste soltanto in Italia tra i grandi paesi europei. Il rafforzamento del cosiddetto secondo pilastro è invece fondamentale per migliorare la copertura previdenziale dei più giovani e per mobilitare risparmi a favore di investimenti.

Compaiono poi vecchie misure come l’aumento delle sigarette, o curiose come il mancato adeguamento delle multe all’indice Istat, in pratica un piccolo sconto per i guidatori indisciplinati.

 

Sul reddito di cittadinanza non è chiaro come far emergere i furbetti 

 

C’è poi il capitolo lavoro e sostegni ai poveri. Meloni aveva promesso di smontare il reddito di cittadinanza e così ha fatto sulla base del mandato ricevuto dagli elettori. Ma su questo tema la maggioranza che si ispira alla destra sociale ha smarrito il termine sociale e rimane solo la destra che scimmiotta il conservatorismo compassionevole dei repubblicani americani. 

La manutenzione del reddito di cittadinanza era necessaria ma anche il governo Meloni è rimasto vittima di un errore di impostazione e cioè confondere politiche attive e politiche passive. La criticità del reddito di cittadinanza è stata trasformare la misura in una sorta di indennità di disoccupazione tra un lavoro e un altro. Ma il reddito minimo è concepito, in quasi tutti i paesi europei, come un sostegno a coloro che non sono occupabili. Il patto per il lavoro da sottoscrivere, la modulazione delle offerte di lavoro congrue non hanno prodotto i miglioramenti attesi per il semplice motivo che le politiche attive per favorire l’occupazione sono altro. 

La riduzione del beneficio a otto mesi, l’annuncio della ministra del Lavoro di presentare a breve una nuova riforma del mercato del lavoro non fanno che innescare incertezza. Non è chiaro poi come sarà potenziato il monitoraggio per far venire a galla i furbetti. Mentre è evidente che davanti a un 2023 a crescita zero la domanda di lavoro tenderà a contrarsi.

 

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