Femminicidio Anguillara e tragedia familiare, suicidio dei genitori del reo confesso

I genitori del reo confesso di femminicidio di Anguillara si sono suicidati, oppressi dalla vergogna, dal giudizio di concittadini e stampa e forse anche dal dubbio di non essere stati dei "bravi genitori"

Quanti risvolti oscuri ci presenta, in questi giorni, una genitorialità forse inadatta al ruolo, incapace di lottare e affrontare il duro lavoro che spetta a chi mette al mondo dei figli. In poche ore siamo passati dalla perizia psichiatrica disposta dalla Corte d’Assise di Parma che ha giudicato Chiara Petrolini capace di intendere e di volere al momento dell’uccisione dei suoi 2 bambini e all’occultamento dei corpicini, all’assurdo doppio suicidio, ad Anguillara Sabazia, dei genitori di Claudio Carlomagno, reo confesso dell’omicidio violentissimo della moglie Federica Torzullo. Due figure genitoriali contrapposte ma egualmente deboli e vulnerabili; cosciente la prima, succubi e sopraffatti i secondi.

La vicenda iniziale che ha colpito Anguillara Sabazia si è estesa oltre il confine già drammatico dell’uccisione della donna. I genitori dell’accusato pare abbiano scelto volontariamente la morte e l’hanno fatto in modo crudele e quasi ostentato dato che non sono stati ritrovati all’interno della casa in una stanza, ma secondo le ricostruzioni più aggiornate dei giornali e anche da quanto riportato dai TG, i genitori di  Carlomagno sono stati trovati impiccati a una trave del portico del giardino della loro villetta quindi all’esterno dell’abitazione, anche se sotto una copertura/struttura esterna. Quasi un ultimo grido di dolore e di sfinimento davanti all’accaduto e al tam tam mediatico. Un gesto pubblico come pubblica è stata la gogna mediatica e cittadina che li ha resi incapaci di ogni resilienza.

Il ritrovamento è avvenuto a pochi giorni dai fatti che avevano già profondamente scosso la comunità locale. In un arco di tempo ristretto, una vicenda giudiziaria ancora in fase di accertamento si è trasformata in una sequenza di lutti che coinvolge più generazioni della stessa famiglia, assumendo i contorni di una tragedia complessa e stratificata.
A dare l’allarme sarebbe stato un familiare che non riusciva più a mettersi in contatto con la coppia. Sul posto sono intervenuti i carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti di rito. L’ipotesi prevalente resta quella di un atto volontario, ma come previsto dalla prassi investigativa sono stati disposti ulteriori approfondimenti per escludere responsabilità di terzi o eventuali pressioni esterne.

Con la morte di questi due poveri genitori la vicenda supera la dimensione del singolo fatto di cronaca e apre interrogativi più ampi. Non solo giudiziari, ma sociali e culturali. Il peso della colpa, in casi come questo, tende a non fermarsi alla persona chiamata a rispondere davanti alla giustizia, ma si estende a chi gli è legato da vincoli familiari, anche se senza alcun intervento diretto.

Le colpe di un figlio che ricadono pesantemente sui genitori che, molto probabilmente, si sono autoimputati di mille errori educativi, fino a sentirsi partecipi dello strazio toccato alla nuora Federica.

L’omicidio è ricaduto anche su di loro che hanno, prima, cercato conforto nell’isolamento più buio di quelle persiane abbassate e insieme hanno provato vergogna e fallimento perché  gli occhi di tutto il paese sono puntati su di loro e sulla loro vita; sul com’è stata, ma soprattutto sul come sarà. Tutti questi occhi e tutto questo parlare alla fine è stata una forma di condanna silenziosa che intacca anche la percezione di sé.

In contesti abitativi di dimensioni ridotte, il confine tra spazio pubblico e vita privata si assottiglia rapidamente: i nomi diventano riconoscibili, le abitazioni identificabili e il racconto dei fatti si mescola, sempre, al giudizio morale spesso immediato e privo di sfumature.

La morte dei due genitori apre anche una riflessione sul modo in cui la società metabolizza la violenza. Il femminicidio non è mai un evento isolato: produce conseguenze che si propagano nel tempo e nello spazio, colpendo famiglie, relazioni e comunità. Riconoscere questa catena non significa stabilire nessi automatici né attenuare le responsabilità individuali, ma prendere atto dell’impatto profondo che simili eventi hanno sul tessuto umano e sociale.

E poi c’è la presenza insistente dell’informazione, perché raccontare i fatti è un dovere, ma lo è anche evitare che il dolore diventi spettacolo o che la narrazione si trasformi in un processo parallelo che, dio non voglia, può pesare sul giudizio penale.

In tutta questa distruzione di vite, pare che nessuno abbia avuto un solo, piccolo pensiero per quel bambino di 10 anni a cui sono stati tolti scientemente: la madre, i nonni, la casa con le sue abitudini quotidiane, i giochi e sicuramente anche il padre, mentre lui povero innocente, porterà sempre e comunque il marchio dell’orrore che altri hanno voluto lasciargli in dote.

La magistratura proseguirà il proprio lavoro per accertare le responsabilità e chiarire ogni dettaglio, ma questa resta una storia che definire orrenda e inconcepibile non sfiora nemmeno la realtà dell’accaduto

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