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Se la strada potesse parlare, Barry Jenkins presenta il suo film

L’ultimo titolo del Premio Oscar di Moonlight in sala, era uno dei titoli in programma alla Festa del Cinema di Roma

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di Chiara Laganà | 2019-01-22 22/01/2019 ore 19:00

Se la strada potesse parlare, il premio Oscar Barry Jenkins ci presenta il suo terzo film in sala il 24 gennaio © Annapurna Pictures

Dopo il successo di Moonlight, arriva in sala Se la strada potesse parlare, il nuovo film del premio Oscar Barry Jenkins sarà in sala il 24 gennaio distribuito da Lucky Red dopo il passaggio alla Festa del Cinema di Roma. Il film è stato candidato a tre premi Oscar: miglior sceneggiatura adattata, colonna sonora e per l’attrice non protagonista a Regina King. 

La storia d’amore fra Tish e Fonny è al centro del film ispirato al romanzo omonimo di James Baldwin, un autore non molto noto in Italia che firma in questo romanzo il suo capolavoro:

“Sono sempre un fan di Baldwin sin dai tempi del college, mi sono avvicinato alla sua opera perché una ragazza mi aveva lasciato e dopo averlo fatto mi consigliò di leggerlo. Mi fece leggere La camera di Giovanni e The Fire Next Time, mi piace molto il suo stile di scrittura, la sensualità della sua voce e in questo libro è sia romantico e sensuale ed è anche critica nei confronti della giustizia e nella vita delle persone di colore in America ed è per questo che lo amo particolarmente”.

La storia d’amore fra Tish (Kiki Layne) e Fonny (Stephan James) viene raccontata in un modo esteticamente perfetto nel film di Jennings che può contare su un Golden Globe per la miglior attrice protagonista assegnato a Regina King per la sua interpretazione di Sharon, la mamma di Tish. Jenkins firma sia la sceneggiatura che la regia, come si è giostrato fra i due ruoli:

“In scrittura e in regia rifletto come sono cresciuto, ero spesso solo e ho imparato molto nell’osservare le persone, i loro piccoli gesti, e ora che faccio film riguardano gli esseri umani e come si attraggono. Per me la cosa più importante è il modo in cui si parlano, ma anche come si toccano, da scrittore ricordo sempre che il regista traduce la scrittura in un film per questo ricordo questi piccoli gesti anche in fase di sceneggiatura. Sono cresciuto a Miami, ma il mio film arriva in Italia, ma siamo tutti esseri umani e ci relazioniamo allo stesso tipo di gesti a cui io mi affido quotidianamente. In questo film ci sono così tanti personaggi e hanno interazioni importantissime e l’intimità fra uno e l’altro era molto importante”.

La vita di Barry Jenkins è certamente cambiata dopo l’Oscar in cui già parlava della situazione difficile degli afroamericani negli USA:

“La mia vita è un po’ diversa, beh adesso se chiamo o scrivo a qualcuno mi rispondono, ma se prima la tua carriera è impostata nel farti dire sempre di sì, adesso puoi iniziare a dire qualche no. Questo film è adattato da un libro, l’idea che l’amore possa essere la spinta e la protezione di qualcuno penso che fosse la stessa idea del romanzo. Le persone di colore hanno avuto sempre una vita difficile dalla creazione del mondo, nonostante ci sia tutta questa sofferenza abbiamo gioia, amore e troviamo la forza di sopravvivere. Volevo parlare di questo nel film non dovremmo privarci di bellezza per raccontare le cose brutte, Tish sta attraversando un periodo difficile, i suoi ricordi non appartengono al neorealismo, ma sono elementi di un espressionismo romantico. In USA, anche se abbiamo attraversato dei periodi di merda, abbiamo ancora la forza di reagire”.

La storia d’amore viene descritta in ogni modo, in particolare nella scena della prima volta fra Tish e Fonny:

“I personaggi principali di Moonlight e Se la strada potesse parlare sono profondamente diversi, c’è una distanza fra i personaggi e il pubblico in Moonlight, al contrario questo sta ‘abbracciando’ Tish, tutti la vogliono proteggerla, anch’io e voi volete fare. La scena della loro prima volta è stata girata seguendo tutto questo è stata girata come se fosse un abbraccio”.

Jenkins ha vinto l’Oscar per Moonlight, in una serata che verrà sempre ricordata come uno scandalo:

“Cavolo, se è stato strano… l’avete visto tutti! Ci sono così tante cerimonie di premiazioni nel mondo, minuscole e grandi e nulla va storto, quindi quando hanno detto La La Land non ho pensato nulla: ci sono dei momenti in cui si vince e altri in cui si perde e altri in cui Manchester By The Sea aveva vinto, nulla di straordinario. Per me è scioccante che ci sia stato un errore in primo luogo, se ci ripenso non mi ricordo perché la mia mente è andata nel pallore e ho avuto una sorta di choc dopo un’ora mi sono reso conto che avevo un Oscar”.

Una grande attenzione, come nei suoi film precedenti, è data ai dettagli come ai vestiti di Trish e ai colori che sembrano tratti da una palette di un artista:

“È come se fosse una truffa, questi film sono adattamenti da McCraney e Baldwin ed è lui stesso preciso nei dettagli: i vestiti e le pettinature, per me si tratta di non cambiare cosa è già ottimo. Non abbiamo cambiato queste descrizioni, abbiamo seguito le indicazioni già così vivide di Baldwin. Avevamo degli incontri, io, il direttore della fotografia e il production design in cui bevevamo vino e ci scambiavamo delle foto e lentamente in due mesi ci siamo resi conto che avevamo usato gli stessi colori nei tessuti di alcuni vestiti. Abbiamo costruito il resto dei personaggi seguendo come Tish si sente intorno a loro, è stato un processo organico simile a quello di Moonlight, ma allo stesso tempo così diversa visto che sono personaggi così differenti”.

Barry Jenkins ha spiegato la scena finale che chiude il film – senza fare spoiler – ma ha spiegato ancora una volta perché il giallo è il colore primario di questo film:

“Il colore giallo è presente nel film, già all’inizio, la fine è stata aggiunta rispetto al finale del film, per me è collegata all’idea di amore e disperazione, volevo che il film si chiudesse con un rimando alla storia d’amore dell’inizio, malgrado il Paese ti tratta di schifo non riescono a romperci, sia la nostra unione familiare e il nostro amore ci proteggerà”. 

Uno dei talenti migliori del nuovo cinema americano, colpisce soprattutto il ruolo della famiglia nella cultura afro-americana, ma non c’è nessun paragone con i bianchi:

“Sono d’accordo sulla famiglia afro-americana, ma non tocco quelle degli altri, il film tratta anche di questo. C’è uno scrittore negli USA, Ta-Nehisi Coates, considerato l’erede di Baldwin, ha scritto sulla sensazione che i genitori di colore hanno quando il loro figlio è nato: nato in pericolo, è un istinto naturale proteggerlo. Non ho visto questo concetto nel film, ma è tratto dal libro, ma era importante per me che questo confermasse la forza delle famiglie afro-americane. Di nuovo, per tutta la storia americana, gli afro-americani sono stati sotto coercizione e siamo ancora presenti grazie al nostro istinto di protezione. Sarebbe stato scioccante mostrare una famiglia a cui non importa dei propri figli, sono felice che questo libro ci abbia dato delle immagini che provano che questo sia una menzogna”.

A completare cast, anche in ruoli minori attori come Pedro Pascal e Diego Luna:

“Ero scioccato che Diego volesse fare il film, quando ho scritto il personaggio di Diego avevo proprio in mente che parlasse come il suo Tenoch in Y Tu Mamá También e pensavo che non avesse mai voluto farlo, mentre Pedro adora l’opera di Baldwin e l’abbiamo chiamato. Pedro è volato dalla Repubblica Domenicana per la sua scena forse ti aiuta in questo aver vinto l’Oscar! Ma è molto più importante che amassero il film e l’opera di Baldwin specialmente se si lavora per così poco su un set, un giorno a testa, aiuta se gli attori sono fan del materiale. Non ci avrei mai pensato che avesse accettato, c’è una scena con Diego Luna che racconta la solidarietà fra messicani e afro-americani soprattutto in tempi come questi, la presidenza di Trump, e Diego ha anche capito perché l’ho dovuta tagliare”.

Gli USA e il resto del mondo sono vittima di omofobia e di razzismo, cosa pensa il regista dell’Europa?

“Cosa ne penso? L’Europa è enorme con molti confini, ho notato che stanno diventando sempre più forti e non è bello, sono venuto la prima volta qui all’inizio del 2000, l’Europa e gli USA erano completamente diversi, l’America era diversa tre anni fa. Penso che dobbiamo ancora riempire auditorium come questo e rispondere a domande del genere, anche se sono difficili, penso che ci sia una scena nel film in cui la coppia cerca un loft, Dave Franco è il proprietario e ho pensato che questo personaggio dovesse essere più vicino a loro e andando contro l’omofobia e il razzismo e tutte queste cose che ci separano. Ho pensato a una cosa che abbiamo in comune e che aveva detto Tupac: Siamo tutti venuti da una donna, abbiamo tutti avuti una madre. Così semplice da dire, io sono un figlio di una madre, né bianco, né nero, persone che sono state educate e altre che no, sono quest’ultime a costruire i muri, sono razzisti e omofobici, siamo fondamentalmente gli stessi. Dobbiamo entrare in stanze come queste e parlarne e realizzare che queste frontiere sono state messe per costringerci a odiarci a vicenda”. 

Barry Jenkins è anche un’ispirazione per molti giovani filmmaker, anche per il suo impegno:

“Oggi abbiamo una responsabilità: dire la verità di quello che succede nel mondo, non si legge più e ci si informa guardando film e leggendo news. Il modo in cui sono fatte è diventato in qualche modo pericoloso: se si realizza in modo bello allora si accetta ciò che si dice. Se qualcuno come me fa un documentario duro come quello 13th (realizzato da Ava DuVernay, ndr) abbiamo la responsabilità di realizzarlo in modo veritiero, dobbiamo mostrare il mondo così com’è. Molte cose sono nascoste nel modo in cui le realizzo e tu le scrivi, abbiamo una responsabilità di dire la verità in quello che produciamo. Non vinse il miglior documentario, ma non è una questione di vincere o perdere ed è per questo che anche se avesse vinto La La Land sarebbe stato uguale!”. 

Se la strada potesse parlare vi aspetta al cinema dal 24 gennaio, distribuito da Lucky Red.

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Giornalista, Truffaut mi ha fatto innamorare del cinema. Scrivo anche di TV, arte, serie TV, disabilità e musica

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