Allarme Pnrr: senza il mercato e i privati è destinato al fallimento

Il ministro Fitto su delega di Palazzo Chigi ha avviato un serrato monitoraggio ed ha avviato un confronto con sindacati e imprese

E’ scattato l’allarme Pnrr. Il nuovo Governo prospetta gravi ritardi sulla road map per mettere a terra le ingenti risorse del piano di ripresa e resilienza scaricando su Draghi la responsabilità di inadempienze e lentezze. Non c’è alcun dubbio che il cammino sia accidentato, ma è altrettanto vero che sfiora l’utopia l’idea che la pubblica amministrazione in pochi mesi potesse trasformarsi da brutto anatroccolo in cigno.

Il ministro Fitto su delega di Palazzo Chigi ha avviato un serrato monitoraggio ed ha avviato un confronto con sindacati e imprese e un filo diretto con le istituzioni comunitarie per valutare margine di flessibilità del Piano.

Stanno emergendo alcuni orientamenti per velocizzare la realizzazione degli investimenti. Ad esempio depennare tutte quelle opere che per una questione di tempo non potranno essere realizzate entro il 2026, spostare risorse sul capitolo dell’energia, derubricare quegli investimenti per i quali c’è l’ostacolo degli extra costi a causa del caro materiali.

La situazione di Roma con 8 miliardi di fondi è emblematica

Ad alimentare le preoccupazioni è il trend di spesa dell’anno in corso. Rispetto ai 44 miliardi inizialmente previsti nel 2022 con qualche fatica si arriverà a 21 miliardi. Ma non è soltanto un problema di procedure, sistemi di aggiudicazione. In molti segmenti c’è una carenza di offerta da parte del mercato, in particolare per edilizia e infrastrutture. Mancano progettisti, tecnici specializzati e la situazione di Roma è emblematica con oltre 8 miliardi di fondi da impegnare in poco tempo che rappresentano un volume cinque volte superiore alla capacità di spesa dell’amministrazione capitolina dell’ultimo decennio.

Il rischio è che si sostituisca la nuova progettazione rispolverando interventi datati pur di allocare le risorse, con forti interrogativi su utilità ed efficienza degli investimenti. Una prospettiva che riguarda in particolare gli oltre 40 miliardi nelle disponibilità dei comuni.

Modificare il Pnrr, sostituire alcuni interventi non sembra tuttavia la risposta efficace. L’Italia sconta un trend di progressiva riduzione della spesa pubblica per investimenti. Nel 2009 si attestava intorno ai 72 miliardi comprendendo anche le imprese pubbliche e le municipalizzate mentre nel 2019 è scesa a 40 miliardi di cui la metà realizzata da amministrazioni centrali, regioni e enti locali.

La spiegazione non è nelle politiche di tagli e tantomeno dell’austerità imposta da Bruxelles, al contrario è l’accentuarsi dell’incapacità di spesa come dimostrano gli ingenti residui. Ad esempio è stato impegnato soltanto il 50% delle risorse della programmazione comunitaria 2014-2022.

Il problema è come salire da una capacità di spesa da 20 a 80 miliardi all’anno

I numeri offrono una fotografia sulle reali dimensioni del fenomeno. A fronte di una capacità di spesa annua intorno ai 20 miliardi, l’Italia dovrebbe mettere a terra entro il 2026 quasi 350 miliardi di euro sommando Pnrr, programmazione 2021-2027 e i residui della precedente.

La questione quindi è come salire da 20 a 80 miliardi l’anno. Intanto andrebbe creata una sorta di connessione-integrazione tra le risorse del Pnrr e quelle della programmazione pluriennale europea. Poi occorre molta attenzione con l’introduzione del nuovo codice degli appalti per scongiurare che le novità producano lo stallo da parte delle stazioni appaltanti.

Ma anche immaginando una macchina pubblica, dallo Stato centrale al piccolo comune, orientata all’efficienza e con procedure rapide è improbabile moltiplicare la capacità di spesa.

Investire nella riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare pubblico

Una alternativa è quella di coinvolgere il mercato privato nella allocazione delle risorse e nella realizzazione dei progetti. Il mercato è molto più efficiente dell’apparato pubblico. Ad esempio il sistema degli ecobonus in 21 mesi ha attivato cantieri per un valore di oltre 80 miliardi mentre lo Stato non è ancora riuscito a spendere 1,2 miliardi per la riqualificazione energetica degli edifici pubblici.

Il settore della riqualificazione del patrimonio immobiliare (tra l’altro perfettamente coerente con gli indirizzi europei sulla transizione energetica) è uno dei principali dove il mercato può spendere risorse pubbliche stimolando al tempo stesso la componente di spesa privata. L’energia è altro grande comparto dove il mercato può dare contributi importanti. Troppo spesso lo Stato, infatti, ostacola gli investimenti privati con regole e procedure da girone dell’inferno dantesco. Nonostante le massicce semplificazioni introdotte dal governo Draghi, la realizzazione dei grandi parchi eolici e fotovoltaici resta al palo. Negli ultimi due anni la nuova capacità installata è al minimo storico con 1 GW rispetto ai 6-7 necessari.

Puntare ad esempio sui piccoli impianti di autoproduzione (fino a 200 KW) offrirebbe il vantaggio di procedure snelle e tempi rapidi di realizzazione, 20mila impianti l’anno assicurano circa 4 GW l’anno di nuova capacità.

L’interesse generale del Paese nelle moderne economie prescinde dalla natura della proprietà, pubblica o privata. La premessa per un cambio di prospettiva è che il Governo e le forze politiche abbandonino la pretesa di recitare tutti i ruoli, dal regista alla comparsa. Senza un serio e concreto coinvolgimento del privato, realizzare il Pnrr è una scommessa già persa.

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